lunedì 8 febbraio 2010

Acqua azzurra, acqua chiara

L’altro giorno in edicola ho visto una di quelle innumerevoli raccolte, con la prima uscita a soli tre euro, e i successivi cinquecentoottanta volumi che ti vincolano a vita alla raccolta. Peggio di un mutuo. Quasi un ergastolo.

Generalmente sono cose inutili, ma carine. Oggetti irrilevanti che però a qualcuno piacerà collezionare. Io non ho la pazienza di fare le collezioni, e mi chiedo se davvero la gente continua poi a comprarli tutti i pezzi della raccolta.

Quello che ho visto l’altro giorno in edicola, però, mi ha lasciato basita. Una raccolta di acquasantiere.

Dal Devoto-Oli: Acquasantiera, recipiente per contenere l’acqua benedetta.

Sarà una collezione che fanno i preti, mi sono detta. Io tendo a darmi le risposte più bizzarre, ho la mente fantasiosa. E ho continuato a pensare al prete che andava in edicola a prendere la nuova uscita dell’acquasantiera. Però l’idea di una casa, fosse anche una casa canonica, con le pareti tappezzate di acquasantiere… a me mi ha messo un poco a disagio.

Lo stesso pomeriggio mi è capitato di osservare le pareti di un balcone. Un palazzo nuovo, civile abitazione. Alle pareti di quel balcone c’era appesa un’acquasantiera. Io guidavo quando ho visto sta cosa qua, e giuro che stavo per tamponare l’auto davanti alla mia. I miei occhi fissi al reverendo oggetto che faceva bella mostra di sé. Sul balcone.

Signore, aiutami Tu a capire perché uno che esce sul balcone dovrebbe intingere le mani nell’acqua benedetta. Ma soprattutto, per riempire la collezione di acquasantiere, uno che fa? Va a Lourdes con i bidoni?

Perché non voglio credere che l’abbiano appesa al muro come oggetto ornamentale. Proprio non ci riesco, a pensare ad una cosa del genere, con tutta la mia mente fantasiosa.

L'arte della gioia

Spesso mi capita di sentirmi dire “beata te”. Che io lo so, l’erba del vicino è sempre più verde. Ma a dirmi “beata te” spesso, sono amici cari. Persone con cui ci si confida, quelli sui quali sai di poter contare. E allora non è questione di erba verde, perché è una considerazione fatta da chi mi conosce a fondo.

Ora, queste persone però, generalmente hanno tutte qualcosa di rilevante che io non posseggo. Parlo dei cosiddetti beni di prima necessità, tipo un uomo, o una donna; una casa propria; un figlio. Beni dei quali io alle volte sento la mancanza. E sorrido quando i miei amici mi dicono “beata te”. Nel mio sorriso c’è la consapevolezza di quella nota che rende la mia musica, magari, così bella alle orecchie di chi la ascolta.

Ed è questa, la mia nota. Che io so godere. E mi piace vivere, tutto, intensamente. E lo so quanto questo sia importante, perché ti rende davvero beato nelle cose che fai. Se non suoni quella nota, perdi il sapore della vita. E la vita, si sa, va mangiata. E gustata. Questa è l’arte della gioia.

mercoledì 3 febbraio 2010

La chiamavano Bocca di rosa

Orbene, ero ferma ad un semaforo in questa fredda giornata di febbraio che anche l'aria ha il colore del gelo. Mi guardavo distratta intorno, quando la mia attenzione è stata richiamata da un distinto uomo nerovestito, il quale è sceso dalla sua automobile mercedes parcheggiata sul lato opposto della strada, mi ha attraversato davanti permettendomi di gustarne l'eleganza del portamento, e si è diretto all'angolo dove era posteggiato un carretto di fiori. L'uomo distinto ha acquistato un mazzo di rose rosse. Poi il semaforo è diventato verde, e sono ripartita. Ma ero felice.
Felice per quella donna che fra poco avrebbe ricevuto un mazzo di rose rosse. E felice anche un po' per me, che mi fa bene ricredermi dall'idea che i maschi sono tutti cinici ed egoisti.

Nata sotto il segno dei pesci

La differenza fra gli intellettuali debusciati e i lavoratori concreti e produttivi consiste essenzialmente in questo: i primi alle otto del mattino dormono; presumibilmente perché hanno trascorso la notte a leggere. I secondi alle otto del mattino lavorano e producono; producono anche assordanti rumori di trapano. Questo è.

domenica 24 gennaio 2010

Che importa se per innamorarmi basta un'ora

E' una frase, uno sguardo, una parola.
E' un profumo noto che intenerisce il cuore in un mattino d'inverno.
I raggi del sole, le ruote sull'asfalto.
Nuvole leggere coprono il tepore. E mi ritrovo qui, nel grigio di un pensiero che sciupa quel sorriso, aria bagnata di rugiada. Vorrei proteggerlo, ma è così fragile.
Stringere le dita non è trattenerlo, è perderlo.
Lascia scorrere quell'acqua pura di neve.
Ne berrò io, arida terra. E spunteranno i fiori.

venerdì 22 gennaio 2010

Mio fratello che guardi il mondo

Festa di compleanno. Molta gente allegra, musica, una ricca tavola imbandita. Tra la folla di giovani con le bottiglie di birra in mano, misti a deliziose fanciulle con pantaloni stretti e tacchi alti, una coppia. Lui, maglioncino di lana rasa nero; camicia bianca visibile sul collo e nei polsini; jeans; scarpe di pelle lucida. Così lucida che ti ci puoi specchiare dentro.
Carino, viso pulito; capelli corti neri.
Lei, bellissima. Un volto pressocché perfetto, i capelli lunghi biondi e ricci. Alta sui tacchi neri, maglia nera con scollo a barca, dal quale intravedere la spalla bianca di pelle profumata.
Sembra che intorno a loro la festa si fermi. Quasi gli altri abbiano timore ad avvicinarsi.
Si guardano, si stringono. Si sussurrano parole all'orecchio.
Innamorati. Giovani. Belli. Sembrano perfetti.
Dopo il taglio della torta, gli invitati inziano a indossare i loro cappotti e lasciano la sala. Un amico col quale avevo chiacchierato piacevolemente ha trovato la sua auto bloccata da una BMW.
Rientrato in sala, chiede se conosciamo il proprietario dell'auto parcheggiata dietro la sua. E' nera, la BMW, dice. Io ironizzo sul fatto che vorrei fosse mia, ma...proprio no. Poi azzardo una previsione: secondo me il proprietario è il ragazzo fighetto con le scarpe lucide. Così perfetto che non può far entrare una bionda talmente perfetta in un'auto meno perfetta di una bmw nera.
Il ragazzo dell'auto bloccata mi guarda complice e mi confida: ho pensato la stessa cosa anche io.
Si chiede al festeggiato informazioni su quella BMW nera. Persa nel vocio degli invitati, non sento la risposta del feseteggiato. Ma scorgo il fighetto con le scarpe lucide che si allontana dalla sua bella, dopo aver estratto dalla tasca dei pantaloni delle chiavi.
Il ragazzo bloccato, pregustando la sua libertà, mi guarda ancora più complice. Ci sorridiamo.
Quando vedi il mondo allo stesso modo con qualcuno, capisci il significato della parola "fratellanza".

Quello che le donne non dicono

Il mio pensiero circa argomenti spinosi quali le differenze tra uomo è donna potrebbe essere noto a quanti hanno la gentilezza di visitare 'sto bloguccio. Per supportare incertezze, ribadisco che a parere mio le femminucce sono più intelligenti dei maschietti, più scaltre e svelte di pensiero. Molte, purtroppo, non lo sanno e continuano a credere che il nostro destino di costole di Adamo sia appunto quello di dipendere dai maschietti. Ma la verità non è questa, appunto.
Tra le differenze ce n'è una a favore di lorsignori uomini.
Ed è quella che generalmente gli uomini guidano meglio delle donne. Non solo.
Se hai bisogno di un'indicazione stradale, ti conviene decisamente chiederla a un uomo. Loro sono precisi, sicuri, sanno addirittura quantificarti le distanze: cioè danno quelle indicazioni commoventi tipo "dopo duecento metri trovi un semaforo e devi girare a sinistra". Io naturalmente non ho idea di quanto siano duecento metri, ma quando le indicazioni stradali le chiedo a un uomo, riesco ad arrivare a destinazione.
Le donne no. Le vedi confuse, smarrite; ai duecento metri dell'indicazione maschile corrispondono nel gentil sesso frasi come "per di qua ma non lo so se c'è senso vietato".
Ieri ho imboccato una strada consigliatami da un'amica, e la direzione era sbagliata; quando mi sono resa conto che la direzione era sbgaliata, mi sono fermata a chiedere. Ad una signora. Che mi ha fatto fare un giro contorto, al termine del quale ho intravisto un uomo, finalmente! Questo uomo gentile mi ha rimandata al punto dove avevo incontrato la signora.
Quello che le donne non dicono sono indicazioni stradali giuste. Ecco.

giovedì 21 gennaio 2010

Urlando contro il cielo

Quindi ci sono questi operai che lavorano qua di fronte. Sono muratori e costruiscono un nuovo palazzo. Che secondo me costruire una casa con le tue mani è uno di quei gesti primordiali nei quali l'essere umano ritrova la sua essenza più vera. Ora uno di questi signori muratori si chiama Marcello. Io non lo so se è il caposquadra, quello al quale tutti si rivolgono per prendere gli ordini, oppure se è semplicemente sordo. Quello che so è che si chiama Marcello. Lo so senza ombra di dubbio.

domenica 17 gennaio 2010

Chi non lavora non fa l'amore

Se trovare il lavoro per cui ho studiato da quando avevo sei anni e non ho ancora smesso è così difficile, mentre trovo infilato sotto il tergicristalli della mia macchinetta un volantino in cui si annuncia che un'azienda leader del settore cerca personale, allora io non posso fare a meno di chiedermi dove ho sbagliato.
Domani faccio un falò con libri e pergamene di lauree, specializzazioni e abilitazioni. Chi vuole venire, portasse da mangiare. Le birre ce le ho io.

Fino a che morte non vi separi

Oggi è domenica. Alle volte la domenica sono un po' triste; stamattina sono stata nella Casa del Signore, che è luogo di pace e fraternità. Così mi sento meno sola, mi sono detta.
La messa del giorno, là nella chiesa in cui sono andata, era una cerimonia simbolica: c'erano tutti i bambini che a maggio dovranno fare la Prima Comunione; che sono i bambini di quarta elementare, e più che una Messa sembrava il paese dei balocchi. Però bello, allegro.
Questi bambini qua erano accompagnati dai loro genitori, i quali genitori dovevano salire sull'altare, nel momento culminante della liturgia, e accendere al cero pasquale una candela bianca da consegnare ai loro figli. Spiegazione del simbolo, illustrataci da mezz'ora di omelia del reverendo sacerdote: ripetiamo il gesto compiuto nel Battesimo dei nostri figli, l'accensione della candela della fede; nel Battesimo, però, i nostri figli erano troppo piccoli per capire. Adesso voi genitori ridate la luce di Cristo ai vostri figli che la ricevono consapevoli dell'impegno cristiano che si assumono.
Ed è stato tutto un ripetere ste parole: vostri figli, voi genitori. Adesso le coppie fanno questo, adesso le coppie fanno quest'altro. Adesso i bambini con i loro genitori ripetono le promesse del Battesimo. Poi i bambini accompgano le coppie a ricevere l'Eucarestia. Ci mancavano solo gli angioletti che volavano felici suonando le trombe intorno a ciascuna di quelle splendide famiglie.
E io, che ero già un poco triste di mio, non mi sono sentita meno sola.
Anzi. Mi sentivo quasi un'intrusa a non avere accanto un marito con cui educare santamente nella virtù della fede i figli che Dio ha voluto mandarci.
Ho pensato che mi sarei sentita allo stesso modo anche se fossi stata una donna divorziata. Se fossi stata una fidanzata abbandonata prima delle nozze. Se fossi stata una vedova. Se fossi stata una donna sposata ma sterile. Se fossi stata un omosessuale. MI sarei sentita allo stesso modo.
Esclusa. In torto.
Nella casa del Signore.
Ma non fate caso a ciò che dico. Sono una peccatrice, io. Se fossi vissuta al tempo di Gesù, mi avrebbero uccisa lanciandomi le pietre.

venerdì 15 gennaio 2010

Caro amico ti scrivo

Caro signor Wind, poiché la conosco ma lei non sai chi sono io, le racconto qualcosa di me. Tanto per cominciare, sono una che fa largo uso delle opzioni che offre.
Sono una, poi, che per una serie di motivi dorme col cellulare acceso; almeno dal lunedì al venerdì. E non mi soffermo a spiegare perché.
Ora, se mentre dormo il mio sonno generalmente profondo viene interrotto dal suono del telefono, io sobbalzo di emozioni diverse e, con le facoltà mentali rallentate dalla situazione notturna, penso nell’ordine:
1. E’ successo qualcosa ai miei. Non so perché, ma il telefono che squilla di notte lo associo di impatto a brutte notizie.
2. E’ lui che mi chiede di sposarlo. Ebbene si, sono una romantica.
3. Avrò dormito fino a tardi, quindi non è notte: è una proposta di lavoro.
In genere capita questa terza opzione, ossia che quando sento il maledetto squillo non è più notte. Però sono le sette del mattino. E non è una proposta di lavoro, bensì un sms che arriva. Allungo il braccio fuori dalle coltri, la mano vaga disorientata sul comodino in cerca del cellulare, mentre ho escluso anche la prima opzione. Trovo il cellulare, sbircio col solo occhio che sono riuscita ad aprire la bustina gialla. Nuovo sms. La seconda possibilità si fa strada, e mi dà la forza di aprire definitivamente entrambi gli occhi. Lo confesso, aspetto un messaggio di buongiorno, o magari una cosa notturna che può avermi scritto un anonimo corteggiatore.
Leggere sms ora. Si.
A questo punto, caro signor Wind, lei capisce bene che non mi fa assolutamente piacere ricevere un suo, di sms. Le abbiamo scalato due euro per il rinnovo dell’opzione.
Caro signor Wind, non può cambiare orario per questo genere di comunicazioni?

Dove andiamo questa sera

Io ritengo necessario e non trascurabile che un cartello stradale sia collocato prima della direzione che bisogna prendere per raggiungere una destinazione.

Secondo me è utile sapere se devi svoltare o proseguire diritto, e mi sembra importante saperlo per esempio prima di immettermi in una rotatoria, o rondò che dir si voglia.

martedì 12 gennaio 2010

To be or not to be

Se a me tutti gli appartenenti ad una categoria piacciono per il semplice fatto di appartenere alla categoria, sono razzista o sono malata?

Vivere a orecchio

Forse è una questione di orecchio; che quando vai in un posto devi abituarti al suono di una lingua, all'inflessione, al dialetto che sia. Me lo diceva sempre il prof. d'inglese, la storia dell'orecchio: è tutta questione di abitudine, il difficile è il suono.
Anche nella musica, non a caso, la familiarità coi suoni è indicata attribuendo a chi la possiede questa caratteristica dell'organo uditivo.
Insomma, quando sei in sintonia, hai orecchio.
Allora si vede che l'avevo persa la sintonia con questa terra.
Perché oggi ho passato quasi un'ora con due operai indigeni. Dico operai per dire che non avevano una dizione molto affinata, ecco. Dunque loro lavoravano e si scambiavano una conversazione di quelle presumibilmente banali che accompganano un lavoro manuale in casa di estranei. Io però non ce l'ho avuto l'orecchio.
Non ho capito una sola parola di quello che dicevano, giuro.
E quando si rivolgevano a me, è stato umiliantissimo dire: non ho capito....
Ma non potevo nemmeno giustificarmi dicendo che sono di fuori. Per motivare la mia espressione stralunata, avrei dovuto dire come minimo eh mi son de milàn. Invece io vengo proprio da dietro l'angolo. Sono cose brutte.

lunedì 11 gennaio 2010

La legenda del pianista sull'oceano

Quando le parole hanno il sapore del mare, è bello essere sorpresi.

domenica 10 gennaio 2010

Bassotuba non c'è

Io non credevo esistesse uno strumento che si chiamava Bassotuba, fino a che non ho letto il libro di Paolo Nori, nel cui titolo compare questo strumento qua. Nella mia ignoranza musicale e pigrizia verbale, mi sono immaginata una specie di contrabbasso, e ho letto dunque il libro senza pormi altre domande. Non è mia abitudine; generalmente io le cerco sul vocabolario le parole che non conosco. Ma quella volta no, vuoi perché speravo di trovare qualche descrizione nel racconto, vuoi perché poi il racconto non mi è neppure piaciuto, insomma il bassotuba me lo sono immaginato come una specie di contrabbasso e non ci ho pensato più.

L’altro giorno conosco un maestro di contrabbasso; si prendeva un aperitivo e l’archivio della mia mente mi ha segnalato quell’oscuro bassotuba. Ho così scoperto che non c’entra davvero nulla con il contrabbasso. Il gentile maestro, che deve aver capito l’associazione per cui ho fatto quella domanda proprio a lui che stava sorseggiando un rosso, la prima risposta che mi dà è: è uno strumento a fiato.

E io no, per circa tre mesi ho creduto che fosse uno strumento a corda, il bassotuba.

Se il bassotuba è uno strumento a fiato, molte delle scene che ho immaginato leggendo il libro sono diverse da come le ho immaginate io. E l’amico che beveva il vino rosso non aveva nulla in comune con Paolo Nori.

Vedete che sono davvero cattivi, i pregiudizi. Se ti fermi all’idea di qualcosa, quell’idea ti impedisce di vedere l’essenza, e finirai per costruire castelli in aria, associazioni di causa ed effetto che partono proprio dall’idea sbagliata e ti porteranno lontano dalla verità. Le parole sono importanti, ma bisogna guardarle allo specchio per leggerle veramente.

giovedì 7 gennaio 2010

Dal mare venni e amare mi stremò

Un giorno la terra disse al mare: ferma la tua spuma, calma le onde che ti fanno vento e lasciati toccare da questo lembo di costa.
Il mare poteva divenire lago, per avere un bacino in cui essere abbracciato. Poteva trasformarsi in fiume e adagiarsi nel letto in cui scorre piano, l'acqua. Poteva ritornare pioggia, e salire sulle nuvole dove non ti stanca, il vento, e ogni cosa è leggera.
Ma il mare disse alla terra: vorrei che la tua terra mi accogliesse, ma non sa cessare la mia acqua; posso solo sfiorarti, in un susurro di ciottoli trasparenti, ma sempre al mare ritornerò. Anche quando la risacca mi strema. Sarò sempre mare.

lunedì 4 gennaio 2010

Non ho l'età, non ho l'età per amarti

Sicché io ci sto attenta all'uso delle parole. Che può cambiare tutto, un aggettivo.
La parola "signora", per esempio, a me piace molto. Così come non mi piace "signorina", che sembra un contentino da dare a chi proprio signora signora non è. Una donna è una signora quando è elegante, quando ti affascina, quando sa cosa vuole dalla vita. Una donna non è una signora solo perché è sposata.
Avevo quindici anni quando il mio amore di allora, che era uno di animo gentile e mente raffinata (evidentemente non aveva quindici anni!) disse, lasciandomi passare per prima da una porta, "prima le signore". Sono cose che ti segnano. A me piace sentirmi dare della signora.
Per fortuna l'uso comune della parola sta eliminando la differenza signora/sposata, signoria/zitella. Sono soddisfazioni.
Ma se "signora" una lo è perché è gentile, "ragazza" o "donna" è una distinzione che invece è legata solo all'età. E mi auguro che a questa distinzione ci tengano anche quanti non sono proprio fissati con le parole quanto me. Dunque, partendo da questo presupposto, l'altro giorno sono stata felice quando nell'edicola del mio paesello l'edicolante carina, giovane e frizzante, ha chiesto a qualcuno di servirmi usando l'espressione: vedi cosa vuole la ragazza.
Mi ringalluzzisco quando dimostro meno anni di quanti ne ho. Se te lo dice una ragazzina, poi, l'orgoglio aumenta. Ragion per cui ho ringraziato la gentile edicolante, sia per il servizio che - ho detto - per il "ragazza".
E' stato a quel punto che lei ha voltato sorpresa verso di me i suoi grandi occhi scuri e mi ha chiesto: "perché, sei sposata?"
No, ho risposto mestamente. Ma non sono poi cosi ragazza, ho aggiunto con voce flebile e sguardo umido di pianto che voleva sgorgare. Non ho approfondito le mie motivazioni, poi. Ma ho capito che, al mio paesello, se non sei sposata sei ragazza. Il che potrebbe essere comunque una promessa di eterna giovinezza, ma io credo che fra tipo una decina d'anni, se dovrò fare delle fotocopie e sto a casa dei miei, andrò in un'altra edicola.
Perché difficilmete sarò sposata, ed evidentemente non sarò ragazza.
Però mi piace credere di essere comunque una signora.

Io posso dire la mia sugli uomini

Ieri sera eravamo in questo locale a giocare al quizzetto che ci piace tanto. Abbiamo pure vinto, e i momenti di gloria intellettuale sono davvero gratificanti. Prima di iniziare a giocare, però, l'amica canterina e io abbiamo subito un'umiliazione; manco a dirlo, l'umilatore è stato un giovanotto tutto carino che si è avvicinato al nostro tavolo. Era l'animatore della serata. Capello corto a spazzola, bruno, lineamenti marcati: quello che quando si avvicina tu d'istinto ti aggiusti un po' i capelli, per intenderci. Il tipetto bellino distribuiva le pulsantiere per il gioco, e si è fermato a spiegarci una roba sull'acquisto di una scheda punti, del cui funzionamento non abbiamo capito pressocché nulla. Che io mi spazientisco con le schede punti. E anche perché noi due, la canterina e io, si pensava essenzialemnte al modo di dire una cosa carina al ragazzo bellino.
Ma non avevamo messo in conto la presenza dell'amico conte.
Che se ne stava tutto disinteressato al suo angolo di tavolo.
Però il bellino con la pulsantiera....era a lui che si rivolgeva. Sguardo intenso, voce suadente.
E allora si è verificata sta scena: noi due da perfette idiote rivolte al bellino, il bellino rivolto all'amico nostro. Poi il bellino se n'è andato, che l'amico nostro non preferisce i bellini. Se n'è andato ancheggiando. E io mi chiedo perché sono sempre i migliori che se ne vanno.

giovedì 31 dicembre 2009

44 gatti in fila per 6 col resto di 2

Le persone si dividono in persone pari e persone dispari. Le persone dispari sono quelle che stanno bene ovunque ma non appartengono a nessun luogo, le persone pari sono quelle che girano sempre in due; o in quattro; o via dicendo sulla scala del duepiùdue.
Ogni stato evidentemenet ha i suoi vantaggi e le sue pecche. Che quando c'è da decidere cosa fare per le vacanze, la persona dispari decide sempre prima. Al momento di pagare la cena, la persona dispari risparmia. La persona pari invece ha la meglio in circostanze tipo i lunghi viaggi in macchina, che si alterna alla guida col suo due; nelle camere d'albergo, che comunque si paga il letto a due piazze e se sei due risparmi (e ti diverti pure di più). La persona pari risparmia anche sulle bollette, checché se ne dica: perché quando la luce è accesa in una stanza e ne usufruiscono in due, la quota che ciascuno paga diminuisce.
Io, inutile spiegare i motivi, sono una persona dispari. Con chiunque mi accompagno, difficilmente siamo in due. E per restare fedele al mio stato dispari, aspetterò l'arrivo del nuovo anno (2010, numero pari.....le coincidenze) cenando con i miei amichetti cari.
Saremo in undici, a tavola.
L'undicesimo, sono io.

mercoledì 30 dicembre 2009

Buon anno

Alle cose che verranno, e ai sogni soltanto sognati.
Alle lacrime che piangerò, e alle mani che mi prenderanno.
Buon anno al sole di giugno e al profumo di settembre, al mare d'inverno, alla terra bagnata.
Alle mie bic blu, ai fogli bianchi, agli sms che scriverò. Alle mie chiavi nuove, a chi crede in me e a chi tradirò.
Buon anno ai biglietti aerei che comprerò, alle valigie che porterò con me. Buon anno ai giornali, alla musica, alle torte appena sfornate. Ai bambini che nasceranno, agli amori che si perderanno.
Buon anno a tutto quanto non so immaginare del nuovo anno.
Alla parte migliore dentro ai giorni peggiori. Alle lenzuola profumate di pelle. Alle porte chiuse, a tutti i no.
Buon anno al buio, ai regali da scartare, ai chilometri da attraversare.
Buon anno a Dio e a tutte le volte che non c'è.
Alla rabbia trattenuta, alla rabbia urlata, alle guerre che non vogliono finire. Al nero dei soldi e al bianco della polvere che uccide. A chi soffrirà da solo, che almeno un giorno del nuovo anno sia buono al cuore. Buon anno alla speranza e alla disperazione, al dolore forte e alla gioia leggera.
Buon anno a tutti i libri che verranno scritti, ai libri comperati e non letti, ai libri prestati e a quelli perduti. A tutto ciò che vedo quando chiudo gli occhi, a ciò che non vorrei vedere quando il apro.
Alle parole notturne e ai silenzi affollati.
Buon anno ai visi che incontrerò e ai contorni che si perdono già nel tempo.
Buon anno a chi non so amare, e a chi amo tanto da non saperlo dire.

giovedì 24 dicembre 2009

O sole mio

Dunque, è la Vigilia di Natale. C'è il sole e 25 gradi di temperatura.
Io credo che invece di essere tutti più buoni, dovremmo riflettere un momento. Solo un momento, che dentro casa mia volano le mosche. E non è normale. Gingle bells.

Ed un giornale aperto sulla pagina dei film

Io devo imparare a difendermi.
Che oggi si parlava del giornale on line, e dei giornali di carta. E qualcuno diceva che è meglio scrivere su un giornale cartaceo, perché lo leggono più persone. Io ci credo fermamente che non è così, e ci ho provato a motivare il mio punto di vista. Mi sono sentita una specie di cacca, però.
Ne ho molto di lavoro da fare.

Rimmel

Le cose è difficile quando le devi metter via. Il trucco, per esempio: poco o tanto che ne hai usato, arriva la sera che torni stanca e assonnata e devi levarlo. E costa fatica, levarlo.
A metterlo su invece sono bastati pochi minuti.
Se ci sono altre attinenze fra il rimmel e gli uomini, al momento mi sfugge.

mercoledì 23 dicembre 2009

O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai

Ora si sa che bisogna essere più buoni. L'hanno inventato per questo, il Natale. Anche per farti ingrassare, ma quest'ultimo è un dettaglio meno importante rispetto al vento di fratellanza che soffia in ogni cuore. Io sarà che sono anticonformista, ma in questi giorni qua di vacanza mi sento più cattiva invece. Mi sembra che i miei difetti emergano con più evidenza. Sono più arrabbiata del solito, più intollerante del solito. Forse pure più acida.
Io a Natale sono cattiva e invidiosa.
Che penso a quelle persone che hanno le cose che a me mancano.
Ci penso e, se potessi, gliele prenderei.
Ma non ditelo a Babbo Natale, potrebbe restarci male.

sabato 19 dicembre 2009

Sempre e per sempre

Amore è quando tutto sembra compiuto. Non ha bisogno d'altro, il mondo.
Gli occhi vedono in profondità, la pelle diventa fremito al tocco di labbra di cui desidero ogni profumo.
Amore è restare in silenzio fra le tue braccia e sentire che questo è il destino.

venerdì 18 dicembre 2009

Oh mia bella Madunina

Quando ti incazzi con qualcuno di brutto, ti viene da dirgli robe del tipo ti spacco la faccia.
Ora da qui a spaccarla per davvero la faccia, il passo dovrebbe essere quantomeno ponderato; a noi però non è dato sapere quanti squilibrati comprino souvenir di monumenti per le città d'Italia. Magari ce ne sono tanti. Che sono poi così carine quelle miniature del colosseo, del duomo, della torreiffel. Se dunque lo squilibrato compra il souvenir e pensa di spaccarla per davvero la faccia, questa cosa non è bella.
Noi qua nel Bel Paese siamo bravissismi a fare di ogni cosa un carnevale.
Ciò detto, però, secondo me ci sono delle frasi che magari ha già detto qualcuno di famoso e che si dovrebbe esser cauti nel ripeterle; onestà vuole che almeno si citi la fonte, quando alle frasi celebri si può attingere senza urtare la suscettibilità. Per alcune frasi celebri, infatti, secondo me si dovrebbe proprio evitare la citazione. Tipo per esempio La mia sofferenza non è stata inutile. Questo l'ha già detto Gesù Cristo. Abbiate pazienza.

mercoledì 16 dicembre 2009

Pronto, buongiorno è la sveglia

Io non trovo necessario perforare i muri alle otto di mattina. Ecco.

sabato 12 dicembre 2009

Parole, parole, parole

Quanti mondi si possono attraversare, con le parole.
Si può vivere la vita di un altro, nascondersi o svelarsi. Una parola può farti volare, sciogliere in acqua le difese, creare legami. La stessa parola può colpire, tradirti, ferire, distruggere.
E' un viaggio verso uno spazio in cui ogni anima è fragile perché è scoperta, e non c'è altro se non quel suono. Solco di inchiostro su bianche vite.
C'è una sola condizione perché tutto questo accada: devi fidarti, delle parole. Totalmente, completamente, ininterrottamente.
Questo è il mio peccato di ingenuità.
Io bimba stanca, donna incosciente.

Cerco l'estate tutto l'anno

Giusto poco fa si parlava del freddo e del caldo, delle stagioni insomma. A me piace d'inverno camminare all'aria aperta, il freddo ti entra dentro l'anima e ti lava i pensieri. Intanto in casa lasci i termosifoni accesi a 30 gradi e quando torni, dopo questa passeggiata effervescente, ti si appannano i vetri degli occhiali. Sono soddisfazioni.

giovedì 10 dicembre 2009

Vengo dopo il TG

C'era una volta l'informazione televisiva. Adesso non c'è più. Quando io dico di essere uscita con una maglia rossa e tu rispondi di avermi vista con una maglia nera, non si può capire chi di noi due mente. Magari mentiamo entrambi. Ecco, questa è l'Italia oggi. E la verità diventa sempre più vaga. Probabilmente sono uscita senza maglia.

mercoledì 9 dicembre 2009

Pane e coraggio

Sarà anche vero che per fare grandi cammini bisogna iniziare dal primo passo; romanticherie del tipo "c'è più fra zero e uno che fra uno e cento".
Orbene, pare che la rubrichetta stia andando bene, che già alcune persone gli è venuto il desiderio che io scriva per loro.
Solo per il gusto della precisione, che io alle volte sono pignola: scrivere a me mi piace assai, e di per sé mi basterebbe ad essere felice.
Ho però altre esigenze, necessità, ho anche dei vizi se proprio devo confessare. Per esempio, io uso molto il cellulare. Compro un sacco di libri, che non leggo mai libri prestati. Compro pure cd, ma di meno rispetto ai libri. Poi viaggio. Tutte cose che....si, si potrebbe fare a meno. Per risparmiare. Però io mangio pure. Accendo la luce quando è buio, i termosifoni quando è freddo, la lavatrice per fare il bucato. Queste cose costano. Giusto per il gusto della precisione.

martedì 8 dicembre 2009

Carta d'identità

Io mi piace scrivere, e forse ci riesco a scrivere cose piacevoli.
Magari so fare anche la mediatrice.
Per il resto....ecco, forse è meglio se resto a casa a scrivere.


venerdì 27 novembre 2009

Ci vorrebbe un amico per dimenticare tutto il male

Oggi l'amica mia canterina mi ha detto una cosa che le ha detto una sua amica.
Le cose dette perché te le hanno dette o sono pettegolezzi o sono massime di vita.
L'amica mia canterina ha detto che una sua amica dice: Sono disposta a tutto pur di ridere.
Ecco, io questa frase qua la trovo meravigliosa. E ne farò la mia massima di vita, da oggi in poi.

giovedì 26 novembre 2009

Al di qua del muro

Ci sono gli scrittori, e ci sono gli insegnanti di lettere.
Ci sono i creativi, e ci sono i critici.
La divisione è netta: i primi scrivono, creano; i secondi leggono e studiano.
Critca viene dal greco Krino. Cambiare per crescere. E per questo ogni critica è positiva. Però, se resti solo al di là del muro, la tua capacità di far cambiare per crescere si atrofizza e si trasforma in un asettico tentativo di imbrigliare tutto nella rete delle tue categorie concettuali.
E la fantasia, l'arte, si sa: non le puoi imprigionare. Ti sfuggiranno sempre.
Ieri ho visto questo scrittore
Può piacere. Non piacere. Poco importa. La cosa importante è che sto tizio si siede davanti a un foglio bianco e scrive. Inventa. Crea.
Nello stesso luogo in cui ho visto il suddetto scrittore (diciamo il peccato ma non citiamo i peccatori) c'erano dei docenti di letteratura dell'Università (che non linko, ci mancherebbe pure!).
Il creativo in questione ha parlato del suo libro, caricando di emotività il racconto con le note di Vivaldi; il collegamento era: io ho scritto cercando l'emozione che ha fatto nascere queste composizioni.
Dopo ci sono state le domande. Una docente ha esordito con "sarò breve", che tradotto dall'italiano accademico all'italiano corrente significa parlerò quindici minuti di fila. Un preambolo barocco, complicato e trabordante di citazioni accademiche, per chiedere quali sono stati i riferimenti letterari del romanzo.
Lo scrittore ha risposto da creativo. Nessuno, ha detto. Che non sarà vero, naturalemnte, ma ha fatto contrasto netto con l'erudizione pedante esibita da lei.
Ci sono gli scrittori, e ci sono gli insegnanti di lettere.
Ci sono i creativi, e ci sono i critici.

Il lavoro dei primi ti fa sognare, emozionare e diveritre. Il lavoro dei secondi può ammazzare ogni emozione.
Io, perdonatemi, ma vorrei tanto stare al di qua del muro.

martedì 24 novembre 2009

La sposa aspetta un figlio e lui lo sa

Dunque, Maria Stella aspetta un bambino. Che è una cosa meravigliosa. Beta lei, davvero. Auguri. Sii felice.
Maria Stella, però, la maternità le ha procurato un impeto di dedizione al lavoro e, secondo me, di malcelato piglio da maestrina. Della serie guardate me quanto sono virtuosa. Che io, ci vado fino all'ultimo giorno di gravidanza al lavoro.
Cara, io immagino che quando una donna aspetta un figlio il mondo le sembri tutto un paradiso di fiori, e allora i problemi e le difficoltà come per magia si dissolvono nell'aura tenera della maternità. Ragion per cui, se permetti, ti rammento qualche cosina. Non per turbarti nel momento più bello della tua vita, ci mancherebbe. Solo per farti capire cosa facciamo noi altre, quaggiù sulla terra.
Purissima Ministra della Pubblica Istruzione, Specchio Immacolato di Virtù, se avessi il lavoro che hai tu ci andrei pure io al lavoro fino all'ultimo giorno di gravidanza. Anzi, ci partorirei proprio sugli scranni del Parlamento. Insomma, diciamocelo chiaro, tu guadagni diecimila euro al mese e non fai una beata minchia.
Hai solo firmato un decreto che, quando noi altri ti abbiamo chiesto quali erano le norme per affrontare gli esiti della tua riforma, tu nemmeno lo sapevi. Cioè, non ti sei nemmeno sprecata a leggere qualcosa sull'ordinamento scolastico. O a ragionare, che ne so, su quei problemini di logica che ti fanno fare a scuola del tipo se Pierino perde la busta della spesa poi a casa che cosa mangiano. Roba elementare, che non ti sforza molto. Roba che se dovevi firmare una riforma almeno impiegavi mezza giornata a ragionarci un po' su. Tu invece no. Niente.
Secondo me non ti sforzi molto, abbi pazienza.
E a quel prezzo, poi....non offenderti: ma secondo me non stai facendo nulla di eccezionalmente virtuoso. Restare seduta a non far nulla a diecimila euro al mese....grazie, anche io.
Anzi, la vuoi sapere un'altra cosa?
Se tu non ci avessi tagliato i posti di lavoro, lo avrei fatto pure io un figlio. E ci sarei andata pure io a scuola fino all'ultimo giorno. Anche se io, per 1200 euro (capito? non 10.000, no: 1200) devo tenere calma un'orda barbarica di trenta alunni, minimo, che mo hai aumentato le classi quindi il mio mestiere si risolve solo in una specie di domatore da circo zitti buoni calmi seduti vi metto la nota. Anche in quelle condizioni, io ci sarei andata lo stesso a scuola. Volente o nolente. Del resto, la riforma Brunetta se ti assenti ti manda le SS che ti chiudono nel campo di concentramento, hai poco da scegliere.
Invece tu, Ancora di Salvezza per le nuove generazioni, Modello di dedizione alla causa, hai tagliato 42.000 cattedre. E oggi (vorrei solo suggerirtelo, senza turbarti troppo però) ammesso che metà di quei 42.000 sono maschi, ammesso che metà hanno già fatto un figlio, restano almeno 10.000 donne che, al contrario di te, un figlio non lo possono fare.
Certo, la vita non è uguale per tutti. Ci sono i privilegiati e gli sventurati. Ma almeno, che i privilegiati non salgano sulla cattedra a dire agli altri come comportarsi.
Sulla cattedra....ops, ho usato una metafora poco appropriata.
Auguri, Maria Stella. Ogni felicità.

domenica 22 novembre 2009

Giro giro tondo

Ho una palla rossa con le stelle colorate. E' il mio gioco preferito. Mi piace guardarla, tenerla in mano, lanciarla: quando rotola, con le stelline colorate, sembrano i fuochi d'artificio. Sono un po' gelosa della mia palla rossa, e ci lascio giocare soltanto gli amici più amici, quegli altri bambini che quando la palla rotola sanno vederci i fuochi d'artificio, come me.
Lui l'ho incontrato nel parco, e mi ha chiesto di giocare insieme. Si vedeva subito che era un bambino buono, gli ho detto si ma non lo sapevo all'inizio se gli avrei dato la palla rossa. Abbiamo giocato con il suo camioncino, a nascondino, siamo andati insieme sullo scivolo e mi ha spinto sull'altalena. Allora mi sono fidata e un giorno, senza neanche pensarci prima, ho portato con me la mia palla. Ci siamo divertiti, non mi sono pentita di averlo fatto giocare con la palla rossa.
Poi lui ha iniziato a fare i capricci. Io sono una bambina che i grandi me lo dicono che ho dei problemi, ma non lo faccio apposta ad avere i problemi. I grandi hanno sempre ragione, sarà stato per quello che lui ha fatto i capricci. Però a me non mi piace litigare con gli altri bambini, perché mi viene da piangere. Allora ho preso la mia palla rossa con le stelle colorate e sono venuta via dal parco. Adesso i fuochi d'artificio, sulal palla rossa, li guardo da sola.

venerdì 20 novembre 2009

Ho visto Nina volare

Ci sono cose che crediamo perfette. Regolari. Finite. Rassicuranti. Direi che sono le cose lucide, sulla cui superficie ti puoi riflettere. Spesso queste cose lucide sono delle persone, che scelgono di vivere indossando gli abiti della perfezione, della regolarità, della finitezza, della rassicurazione. Quella superficie lucida non può nascondere scabrosità. E le persone lucide hanno raggiunto il loro ideale di perfezione e sono paghe di restare lì, in vetrina, a brillare di lucentezza. Ma poi arrivi tu, ti avvicini, provi a rifletterti sulla superficie lucida e vedi tutt’altro. Sporco, buio, fango, polvere e miasmi. Quando Nina inizia a volare, ogni certezza cade. Gli oggetti lucidi si frantumano. Le persone precipitano nell’abisso della loro stessa anima che non conoscevano, o non volevano conoscere per paura di trovarvi qualcosa di diverso da ciò che hanno cercato di realizzare per un’intera vita, adeguandosi alle aspettative della società, dimenticando di essere fatte di carne e sangue.

Perché accade questo? Dove ho sbagliato? Si tormenta lo Svedese, il protagonista di questo meraviglioso romanzo di Philip Roth.

Lo sbaglio stava nel credere che il mondo fosse lucido. Invece c’è la rabbia, dietro alla perfezione. Perché la perfezione non esiste. È illusione fredda e paralizzante.

Lo Svedese voleva restare un oggetto lucido. Sua figlia ha scelto di volare. Leggendo questo libro, possiamo provare a decidere anche noi da che parte stare.

Un libro che ti dà una nuova conoscenza del mondo, come dicono i critici quando vogliono fare una recensione positiva a un’opera. Una storia che ti avvince dalla prima pagina, dico io. E che ti insegna a volare.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi


Buona lettura


Le faremo sapere noi


Se sei un laureato italiano e hai fra i 25 e i 35 anni, conosci esattamente il significato di queste parole. “Non ti richiameremo mai più”, vuol dire. E dopo la fatica, non priva di un po’ di umiliazione, di portare il tuo curriculum ovunque… non è una bella cosa da sentirsi dire. Quando eravamo piccolini e siamo andati a scuola per la prima volta, abbiamo tacitamente imparato che avremmo posseduto una ricchezza – l’istruzione, il titolo di studio, il sapere – che ci avrebbe dato un posto nel mondo. Invece…

Invece Amelie conosce due lingue, perfettamente perché è belga e ha vissuto in Giappone. Si presenta alla Yumimoto, che è una multinazionale di quelle definite un colosso. E finisce a fare la guardiana dei cessi. Perché, invece, la sua istruzione, le sue competenze, la sua ambizione, non servono a nessuno. Anzi. Minacciano il perfetto ordine giapponese del lavoro e della società.

Di questo libro si è detto che è un racconto sul diverso, sulla difficoltà di vivere secondo parametri che non ci appartengono. Io non giudico molto appropriata questa recensione. Si, certo: è anche questo. Ma è il racconto di tutti noi, della nostra lotta alla sopravvivenza nel magico mondo del lavoro. Non giapponese, no. Italiano. Italianissimo.

Ed è un racconto estremamente piacevole, in cento pagine che ti scivolano addosso come acqua fresca. Ironiche, divertenti. Del resto, una che porta sti cappelli, non può che essere ironica, se non è folle. O forse è entrambe le cose.

Amélie Nothomb, Stupore e tremori, Voland

Buona lettura

venerdì 13 novembre 2009

On the road

Dite ai camionisti, per favore, che se guidano incollati alla striscia di mezzeria, noialtri povere automobiline non possiamo sorpassare mai.
Dite a quanti posseggono il Suv che per loro è severamente vietato guidare ad una velocità inferiore ai 110 km orari, che se no producono lo stesso effetto di una montagna ferma sulla strada.
Diteglielo voi, che io se scendo dalla mia macchina finisce che faccio a botte.

martedì 10 novembre 2009

Sulla strada a camminare

Se c'è una cosa che mi piace proprio, sono le persone di cultura medio bassa quando si accostano, con timore reverenziale e ardimentoso coraggio, alla lingua italiana. Loro lo sanno di non sapere tutto - a differenza di molti saccenti di cultura medio alta, che la lingua italiana la ignorano comunque, però non lo sanno. O fanno finta, di non saperlo. O lo sanno, e non gliene importa nulla.
Le persone che invece non hanno studiato le usano con rispetto, le parole; ed è una cosa meravigliosa. Dovremmo averlo tutti, sto rispetto. Oltre al rispetto, alle volte hanno pure abbastanza coraggio da ardire la scalata verso la vetta del linguaggio forbito. In questo caso si aprono orizzonti infiniti di divertimento.
Che stamattina camminavo a piedi lungo una strada di una cittadina di montagna; dunque una strada irta, che piega a gomito. Una di quelle strade che in Salento non esistono, per intenderci. Su questa strada si era rotto un tombino, e camminando mi sono imbattuta in un gruppo di operai addetti, i quali armeggiavano con pale, secchi, calce. Ho cercato di mantenermi il più possibile stretta al bordo, posando i piedi sui tratti meno fangosi; ero tutta concentrata in questa operazione di scansamento acque fognarie, quando uno dei suddetti operai ha ritenuto opportuno avvisarmi che il resto della strada era interdetto al passaggio anche pedonale. Lo ha fatto rivolgendomi questa domanda: "dovete trapassare"?
Devo aver assunto un'espressione quantomeno sgometa, perché l'operaio premuroso ha subito aggiunto: "no perché la strada sopra è interrotta".
Certo: passare + sopra = trapassare.
Io dovevo fermarmi prima, per mia fortuna. Tutti prima o poi dobbiamo trapassare, ma non era mia intenziona farlo proprio stamattina, il trapasso.


lunedì 9 novembre 2009

Quanti anni hai stasera

Non so voi, ma nel mio calabro paese la gente nutre un bisogno quasi maniacale di sapere i fatti tuoi. Quindi, chi ti incontra non sfugge alla preziosa opportunità di attingere direttamente alla fonte, e ti chiede. Ma qualunque cosa, ti chiede. Senza esclusione di colpi.
Sicché questa sera ero in giro con la mamma, si doveva comperare una moka; dunque ci siamo recate dal caffettieraio, che se ne stava tutto lieto nel suo meraviglioso negozio con la moglie. In questo negozio del mio paese, la gente ci va principalmente per fare le liste di nozze. Con me l'hanno ormai capito che non ne fanno, liste di nozze - ma l'hanno capito solo dopo avermelo chiesto per quindici anni, che ogni coltello o bicchiere che dovevo comperare mi svegliavo la notte prima al suono delle loro voci che domandavano, assetate di sangue "vi dovete sposare?" -
Ora le domande sono altre. Le quali, tuttavia, denotano scarsa percezione del tempo da parte del suddetto caffettieraio e della sua leggiadra signora. Perché, se per quindici anni hai creduto che mi dovessi sposare, o supponevi mi sposassi a tre anni, oppure adesso tanto pulzella non sono più. Osservazione che è mancata, ai caffettierai. Dopo che la mamma e io abbiamo scelto sta moka, infatti, mentre il marito faceva scontrini e pacchi, la moglie ha assunto questa serafica espressione da donna che sta per domandare, si è riempita i polmoni di fiato, e ha proferito la seguente richiesta: - devi andare all'università? -
A quel punto io sono stata felice. La signora mi aveva appena tolto dieci anni; anche qualcosa in più, a voler essere matematici. Ed è stata forse la prima volta che sono stata lieta di rispondere agli interrogatori delle dame inquirenti nel paesello mio che sta sulla collina.
Successivamente, cioè dopo aver acquistato la moka dell'eterna giovinezza, bisognava rinnovare la tessera ACI (femmina che guida, sono io!) e il rinnovo si fa presso l'autoscuola dove ho preso la patente. Quando ci andavo, quindi, avevo più o meno l'età che mi aveva attribuito la caffettieraia, che sono circa dieci anni meno di adesso - qualcosa in più di dieci anni, sempre a voler essere matematici.
La scuola guida, com'è naturale, brulicava di giovani automobilisti che stavano lì per patentarsi, tutti freschi freschi. Io però mi sentivo ganza, pensando che cavolo, non li dimostro mica tutti sti anni più di voi, 'a pischellini! Stavo lì ad attendere pazientemente il mio turno, trastullandomi sulla vanagloria dell'eterna gioventù, quando si avvicina il tizio che mi ha dato la patente. Viene verso di me con enfasi, richiamando l'attenzione di tutti.
- Ma sei proprio tu! Sono molto felice di vederti! Beh, ne è passato di tempo da quando hai preso la patente...quanto, dieci anni? -
Addio sogni di gloria. Quando sono uscita mi sono specchiata nella vetrina col timore di ritrovarmi tutti i capelli bianchi, improvvisamente. Che passa in fretta il tempo.

Quell'unico antico maledetto muro

Vent'anni dalla caduta del muro di Berlino. Fine della guerra fredda, fine del regime comunista, inzio dell'amicizia fra le due potenze. A sentirli oggi - Bruno Vespa in testa splendidamente avvolto in un cappotto scuro con sciarpa annodata attorno al collo che fa tanto Silvio - sembra che vent'anni fa siano iniziate contemporaneamente tutte le "magnifiche sorti e progressive".
Perché a me viene in mente la canzone di Fossati?
Sarà che l'anima della gente non ha imparato a dire ancora un solo sì. Credo che ce l'abbiamo ancora intatto nella testa quel maledetto muro.

mercoledì 4 novembre 2009

Nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento

Ora io non vorrei fare la parte di quella che ripete sempre prima era meglio. Che l'età ce l'ho e il rischio di trasformarmi in vecchia zitella nostalgica dei tempi passati è alto.
Però ci sono alcune cosa che veramente prima erano meglio.
Prendiamo la cartaigienica, per esempio.
Quella - non voglio fare pubblicità occulta - sponsorizzata dal piccolo labrador. A dire il vero questa scelta di marketing a me non mi ha mai convinta: cioè, l'associazione cane/deiezione mi turba, sinceramente. Ma diciamo che il prodotto lo trovo di qualità. Orbene, il rotolo di quella cartaigienica lì un tempo era lungo, resistente e morbido. Caratteristiche, queste ultime due, fondamentali perché il suddetto prodotto svolga al meglio la sua specifica funzione: una carta dura è sgradevole, non parliamo di una carta poco resistente! No, non si possono modificare morbidezza e resistenza.
Fino a poco tempo fa, però - ecco la vecchia zitella che si inacidisce - i rotoli del labrador erano anche lunghi. Che comperavi un pacco e stavi tranquilla. Adesso sono tutti buco. E non mi riferisco a quello scurrile, che sono una signora, io: la quantità di carta arrotolata attorno al perno è sempre meno. Settimana dopo settimana, i pacchi che compri si assottigliano. E lo consumi troppo velocemente, adesso, un rotolo.
La cartaigienica sta diventando una voce di spesa pesante, nel bilancio mensile.
Poi, dopo aver fatto ste riflessioni qua, capisci proprio che c'è, la crisi. Altroché.

lunedì 2 novembre 2009

Ottimismo

L'amichetta mia dice che svolteremo.
Adesso io credo che la svolta migliore sia quella di prendere tutto con leggerezza.

sabato 31 ottobre 2009

L'eternità

Quello che ci frega è il tempo.
Alcune parole sono del tutto cadute in disuso, come per sempre. Che appena senti pronunciare questo avverbio parte una vocina dentro di te e la senti ribattere si, va beh.
Giuro di esserti fedele sempre. Ma tanto lo sai che c'è il divorzio. Compri una casa, e già pensi al valore della casa quando la rivendi. I mobili li scegli all'Ikea, e li cambi se poi decidi di tingerti i capelli di rosso e allora non sono più adeguati gli arredi verdi. Che mica è per sempre, il colore dei capelli.
Non parliamo del lavoro, quello è flessibile ormai per antonomasia. Siamo bravissimi noi a fare il medico, il mese successivo lavoriamo nel marketing (il che vorrà dire distribuire volantini, ma tant'è) per poi improvvisarci consulenti e baby sitter nel fine settimana. Quante cose sappiamo fare. Va da sè che niente di questo è per sempre, se tutto è contemporaneamente. Il che può avere pure il suo fascino: la continua ridefinizione di sé ti salva dall'appiattimento della ripetitività.
I problemi però iniziano quando tu del tuo tempo devi rendere conto a qualcun altro. Lì è proprio difficile perché non sai mai che risposte dare.
Allora hai un lavoro per un anno, per esempio; presumibilmente quel lavoro sarà in un'altra città rispetto a quelle dove vivono i tuoi familiari - anche se essi fossero sparsi per il mondo, il tuo lavoro di un anno sarebbe comunque in un'altra città. E lì nasce l'intoppo del tempo, perché il proprietario delle case in affitto è l'unico che crede ancora al per sempre.
"Quanto tempo resti?" ti chiede.
Naturalmente tu non ne hai la minima idea. Il lavoro per un anno potrebbe durarne tre, ma potrebbe improvvisamente sparire il mese prossimo. Fra le cose che ti tengono in bilico, poi, ci potrebbe pure essere che durante questo lavoro di un anno trovi un compagno. Al che al tuo tempo incontrollabile dovrai aggiungere il suo.
Preferisci non pensarci, abbassi gli occhi in umile e precaria frustrazione, e rispondi al proprietario di casa "non lo so".
Poi non alzi gli occhi, meglio evitare di vedere la sua faccia trasformarsi in quella di un orco famelico con i denti aguzzi tesi sulle tue tenere e bianche carni da vittima sacrificale.
"Però mi devi comunicare quando vai via almeno sei mesi prima".
Sei mesi sono un tempo infinito. Non lo potrai mai sapere sei mesi prima dove sarai sei mesi dopo.
Allora forse conviene comperarla una casa. Certo... comperare una casa per un anno potrebbe non essere la soluzione ottimale, ma comunque niente è per sempre e poi la posso rivendere. I mobili sono quelli dell'Ikea che li smonto e li metto in valigia. E non è un problema.
Se mi sono trovata un compagno... lo lascerò. Perché tra le poche certezze della vita ci sta quella che tu e il tuo compagno non lavorerete mai nello stesso posto.
E se per caso, in questo anno, concepisco un figlio?
Beh, quello... se proprio non so come fare, posso sempre mangiarmelo.
E vissero per sempre felici e contenti.

domenica 25 ottobre 2009

Leggero senza andata né ritorno, senza destinazione

Ci sono alcune situazioni che sembrano capovolgere le leggi del mondo. Come quando viaggi su un aereo. Senti l’assenza di gravità sotto i tuoi piedi,e il fatto di stare più in alto delle nuvole crea una specie di spazio leggero dove ogni cosa perde i suoi contorni netti e diventa soffice. Vedere la tua città dall’oblò, poi, è un’esperienza mistica. Distinguere i quartieri, le strade, vedere i tetti delle case e le auto simili a formichine colorate, il tutto racchiuso in un unico colpo d’occhio, dici caspita, quanto siamo insignificanti.
Insomma, relativizzi.
Se la mia città è quella macchia colorata laggiù, che mi volto dall’altro lato e già è sparita, cosa mai vuoi che siano tutti i miei problemi?
E le nostre lotte.
Leggero, è tutto più leggero se per un momento smetti di obbedire alle regole del mondo. È come acquistare un nuovo punto di vista. Il punto di vista di Dio, che ci guarda dalle nuvole e, compiacendosi per quanto gli è riuscita bella la terra, secondo me si fa anche un sacco di risate con noi che ci affrettiamo a correre da un lato all’altro di questo piccolo mondo e non ci pensiamo mai, a come siamo insignificanti visti da lassù.
Quando sto su un aereo vorrei non dover scendere, perché a guardare il mondo dall’alto riesco a non pensare. Le cose non mi fanno più male, sono piccole.
Senonché la poltrona accanto alla mia è di una signora di colore. Ha la corporatura tipica della gente del sudafrica: alta, robusta, spalle larghe e mani grandi. Io sto seduta in mezzo fra l’oblo con la sua leggerezza e questa signora, grande. Lei indossa un completo pantaloni beige,e le pieghe della casacca disegnano le ampie curve dei suoi fianchi e i seni larghi. Ha posato la borsa sulle gambe, ma ad un tratto deve prendere qualcosa che sta lì dentro e inizia a muoversi. Vedo con la coda dell’occhio le sue ginocchia rotonde riempire tutto lo spazio antistante la poltrona (quello in cui si deve riporre il bagaglio a mano, signora hostess). Si muove così tanto che potrebbe provocare una turbolenza.
Allacciate le cinture, stiamo attraversando una corrente d’aria.
No, è questa signora qua, che l’ha trovato, quello che cercava nella gigantesca borsa, ma per prenderlo mi pianta una gomitata nelle costole che quasi ci rimango secca.
Mi volto con sguardo malinconico verso il finestrino, cerco le nuvole sotto e tutte quelle sensazioni di prima. Oh, il mio triste destino! Sempre stretta fra il peso delle cose e la leggerezza dei desideri.
Adesso la mastodontica viaggiatrice ha deciso di leggere un quotidiano, e apre questo foglio sconfinato davanti a sé. Il mio spazio vitale è sempre di meno, potrei soffocare. Perché quando deve voltare le pagine, mi arrivano le sue lunghe dita quasi in faccia. Se mi colpisce, non sopravvivo. Non volendo mi cadono gli occhi sull’articolo che sta leggendo (no che non volevo sbirciare, ma ho il suo giornale praticamente sotto il naso): parla di un omicidio, una docente di sociologia è stata uccisa nel suo appartamento da un ex allievo. Pesante. Tutto pesante!
E io che volevo fare l’esperienza mistica di distacco dal mondo… qua, se l’aereo non si sbriga ad atterrare, finisce che precipitiamo per il troppo peso.
La signora si è sciolta i capelli, e adesso i suoi fitti ricci neri arrivano fin dentro la cappelliera.
E se i pensieri con cui mi trituro il cervello mi avessero reso simile a questa donna così pesante dentro all’aereo così leggero?
Meditate gente, meditate.

venerdì 23 ottobre 2009

Cuore di cane

Io non lo so che sapore ha l'appartenenza. Quando dentro di te non c'è un cuore fedele, sei estraneo in ogni casa e guardi a occhi spalancati cieli che non conosci perché senti ovunque il soffio di orizzonti lontani ma tuoi. Camminare le vie degli altri è come scoprire un nuovo modo di essre chi sei.

Cicogna ubriaca

Non si dovrebbe bere, prima di guidare. Non si dovrebbe perché accade poi di distrarsi: i riflessi sono rallentati, le reazioni attutite. C'è pure la campagna pubblicitaria, su questo fatto qua di non guidare ubriachi.
La mia cicogna doveva essere una che invece se ne fregava, avrà sicuramente alzato troppo il gomito (o magari le cicogne non ce l'hanno, il gomito) e quindi eccola lì, barcollante come il tavolino dell'ikea mentre svolazzava col suo fagottino. Non se la sarà certamente ricordata, la destinazione.
E adesso a me tocca passare la vita cercando di rimediare al suo errore: dov'è, che sarei dovuta nascere?

mercoledì 14 ottobre 2009

Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta

Io sono generalmente una sospesa "tra voglie alternate di andare e restare". Il viaggio che, come dicono i Baci perugina, è la vera meta della vita a me piace molto. E quando sei in viaggio guardi quello che trovi lontano pensando a ciò che hai lasciato a casa; la ricchezza del viaggio è l'unione dei due orizzonti. Radici piantate nella terra e rami protesi verso il cielo.
Domani lascio l'Italia per un po'; non sarò troppo lontana e non abbastanza a lungo per sentire la mancanza del Bel Paese. Da qualche tempo, però, i viaggi all'estero sono un'esperienza triste. Triste è vedere quanto bene si sta negli altri Paesi, e quanto piccolo invece sta diventando il nostro...
Fratelli d'Italia, prima di partire io ve lo dico: ridatecela, l'Italia. Mi rivolgo a voi, che ve la siete presa. Io rivoglio indietro la Patria a cui un cittadino dovrebbe essere fiero di appartenere, non l'Italia che te ne ricordi solo quando ascolti l'inno suonato alle partire di calcio o alla formula uno; che pure quelle ci avete rubato, a pensarci bene. Io rivoglio il mio Paese onesto, quello dove fai una gara e vince il migliore, non chi ha pagato di più. L'Italia bella del mare azzurro e pulito, non la pattumiera di veleni e navi affondate dai vostri soldi. L'Italia in cui le donne erano "tanto gentili e tanto oneste", senza veline né escort. Io rivoglio la speranza che sia ancora possibile costruire un futuro lavorando col sudore delle proprie mani, senza essere schiavi sospesi al decreto del momento. Rivoglio indietro il Paese in cui era bello mettere al mondo dei figli e potevi immaginare per loro un mondo migliore, non la platea ignorante e conformista in cui ci volete trasformare. Rivoglio l'Italia in cui la Sicilia è l'isola più bella, senza ponti di cemento e mafia. Rivoglio l'Italia della cultura, non sopporto più di sentire i giornalisti dire eccocosaèuscitoieridalconsigliodeiministri.
Dove l'avete messa, la nostra Italia?
Non è vostra, ridatecela indietro.

martedì 13 ottobre 2009

Tu che sei parte di me

Quelli che studiano le cose della tecnologia lo sanno: l'uso del computer causerà una mutazione del nostro patrimonio genetico. Tipo che i nostri figli nasceranno col cervello predisposto ad eseguire le azioni digitando l'apposito link. Io forse questa mutazione genetica già ce l'ho, dal momento che prima c'era una mosca leggiadra sullo schermo del mio pc. Perché la mosca è ancora viva con dieci gradi, lo ignoro. Ma la mutazione genetica no, perché io quella mosca lì ho provato a scacciarla col cursore. Cioè muovendo il mouse.

lunedì 12 ottobre 2009

Specchio, specchio delle mie brame

Ieri sera con gli amichetti si parlava del feisbuc. Come ogni fenomeno rilevante ha sempre fatto nel consesso degli umani, il feisbuc divide gli animi. E gli animi umani sono notoriamente divisi in conservatori e progressisti. Quelli che guardano all'evento con scetticismo, timore mascherato da disinteresse, condanna all'abbruttimento cui siamo destinati se parliamo con un computer. I progressisiti hanno le loro brave ragioni contrarie: che è un modo di incrementare relazioni, che puoi usarlo senza esserne schiavo, che ti permette di comunicare e informarti in tempo reale.
A me piace, il feisbuc, devo dirlo.
Sarà che sono curiosa e laggiù mi diverto, sarà che oramai il fenomeno Chuck Norris mi ha innamorata; ma anche la mia passione civile trova posto nel feisbuc, nell'adesione ad alcuni gruppi impegnati, quali: Spieghiamo alle zanzare che ad ottobre si muore.
Insomma, ci passo ogni giorno dalla pagina bianca e blu. Quello che dovrebbe essere analizzato, però, è che io sul feisbuc c'ho due profili. Uno col quale sono visibile al mondo più l'alter ego.
Ora sta cosa qua alle volte mi ha pure un po' preoccupata. Fino a ieri sera, che ho scoperto non essere l'unica dissociata ad avere due identità feisbuc. E adesso sono pienamente felice

Chiedi alle stelle

Quando tutto intorno sembra girare più velocemente e non c'è terra sotto i tuoi piedi né stelle sulla tua testa per darti la direzione da seguire, allora devi stringere più forte le cose importanti.
I tesori che il bambino che sei nasconde nella sua scatola dei segreti.
Una biglia di vetro, la musica, la penna bic con cui hai scritto il compito della maturità, il sapore della birra bevuta con la tua amica, il rumore del mare, il profumo del caffè al mattino, la costanza delle risate e il coraggio di ricominciare.

domenica 11 ottobre 2009

La uno, la due o la traeee?

Allora io non sono brava a prendere le decisioni. Questo è proprio uno dei miei difetti. Vado di cuore, alle volte, e quelle sono le volte in cui sbaglio perché il cuore si sa, è matto matto da legare. Come asserisce la celebre canzone. Altre volte, per evitare errori, mi fermo a riflettere prima di decidere. Il guaio è che in questi frangenti non so mai riconoscere il momento giusto per smettere di riflettere. Sicché quando cerco di decidere con la testa poi è peggio. Adesso per esempio non so proprio che busta aprire.

venerdì 9 ottobre 2009

Donne tu du du in cerca di guai

Quando le donne stavano zitte e buone a casa, quando si occupavano solo di cucinare, preparare conserve e lavorare la lana per i mutandoni dei loro uomini (che dovevano poi essere molto sexi nell'intimità dell'alcova), allora molti guai non c'erano.
Per esempio, se l'uomo voleva fare sesso a pagamento poi non si doveva preoccupare mica che quella là se ne andava a raccontare i fatti in giro. No, tanto la donna stava zitta e buona. Oggi invece le femmine hanno strane idee in testa. Alcune hanno addirittura la sfrontatezza di non curare a sufficienza il loro aspetto fisico, e l'uomo se le ritrova brutte davanti che pure l'interrompono mentre parla, l'uomo. Inaudito. Cosa può fare poi lui, abituato a certe sane tradizioni? Si trova costretto ad offenderle, ma mica è un'offesa! E' solo una legittima osservazione tesa a ristabilire l'ordine e ripristinare i valori.
Cioè, tu devi stare zitta e buona. E devi essere bella.
Ma queste nuove amazzoni, ossignore che ardire!, le ritrovi anche a fare mestieri creati apposta per gli uomini. Talmente apposta che il femminile neppure esiste, per sti mestieri qua. L'avvocato, per esempio. La donna in cerca di guai, invece di restare a lavorare la maglia per i mutandoni, che ha fatto? Si è laureata, in giurisprudenza! Mavalà (altra esclamazione propriamente maschile, tipica del llinguaggio giuridico). Si è laureata in giurisprudenza sicché, mentre tu uomo di sani principi te la immagini seduta al focolare con le trecce avvolte attorno alla nuca, lei invece sta là, in tribunale. Povero mondo, non ci si capisce davvero più nulla.
Per fortuna la lingua italiana è una ricchezza solida e non corrosa dai tempi malsani di oggi. Almeno quella donna in cerca di guai, quando scrive i documenti giuridici, dovrà così esprimersi: "IL SOTTOSCRITTO AVV. STELLA ROSSI, ESSENDOSI RECATO IN TRIBUNALE... ecc ecc".
Così, mentre l'uomo legge, gli sembrerà tutto normale e rassicurante, d'impatto sarà portato a credere che a scrivere sia un uomo. Il sottoscritto. E che diamine, un po' di disciplina!

mercoledì 7 ottobre 2009

Soddisfazioni

Oggi mi ha scritto una tipa dalla Biblioteca Nazionale di Firenze; prima di aprire la mail ho creduto fosse una di quelle robe di pubblicità o di annunci fenomenali del concorso che cambierà la tua vita. Invece era una mail seria, chiedevano i dati anagrafici per catalogare il mio libro.
E io sono stata felice.

martedì 6 ottobre 2009

Buonanotte, buonanotte fiorellino

L'ho portata accanto agli scogli, col mare sotto e la luna lucida e bianca che profuma di grano. Volevo sentire il grano misto al profumo della sua pelle, e l'ho stretta, era un unico abbraccio: il mare, il grano e questa donna che dice di essere mia.
Dubito del suo amore. Forse perché lei è troppo giovane, o forse per questo nodo che mi stringe il cuore e lo copre fino quasi a togliermi il respiro.
Passerà, domani. Però adesso stringe.
- Guarda il profilo della luna - mi dice lei. La sento muoversi nel mio abbraccio, mette gli occhi nei miei, mi bacia. - E' quasi trasparente, sembra ci si possa guardare dentro e scoprire tutti i segreti del mondo. - Io alzo gli occhi al cielo di notte. C'è quel maledetto nodo che mi soffoca dentro. Vorrei urlare per sciogliere il fiato e poi guardare dentro alla luna.
Ma non ho voce.
Il profilo del suo corpo si fa trasparente. Mi bacia di nuovo, parla, guarda la luna.
Diventa più trasparente. Non la vedo più, se n'è andata insieme a questa notte.
Chissà se è triste, adesso, che io non abbia visto quel chiarore insieme a lei.

sabato 3 ottobre 2009

Vengo anch'io, no tu no

In natura accade che un uomo e una donna concepiscano un figlio. Nel linguaggio accade che mia moglie aspetta un figlio. Se il figlio lo aspettassero in due, non accadrebbe poi che io ho aiutato mia moglie a crescere il bambino.

To be or not to be

Io leggo.
Perché mi piace.
E scrivo.
Perché così mi sento meno sola

Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore

Ora io sono qui, in una specie di simposio letterario. Una tavola rotonda. Una writer's facotry. Chiamalo come vuoi, è un agriturismo; piove, piove grigio e le pozzanghere riflesse di vento sono poco salentine. Ci sono gli scrittori, e parlano della letteratura in rete. Gli scrittori sono quelli che tu non lo sai che faccia hanno. Sono famosi solo per il nome, sicché puoi trovarti in un agriturismo pieno di scirttori e non saper associare la faccia al nome. A meno che non si tratti, per esempio, di Dacia Maraini, ma lì la questione è inversa. Che tutti conoscono la faccia però nessuno ha letto i libri. Insomma, questa è un'altra questione. Prendiamo invece Giorgio Vasta. Puoi averlo visto fotografato in bianco e nero sulla quarta di copertina, ma non te lo ricordi che faccia ha. Però quando si siede al tavolo sto tipo, il suo raccontare è magico. Tono di voce basso e caldo, sguardo penetrante, portamento enigmatico. Ti cattura, ti affascina.
Non è da questi particolari che si giudica un giocatore. No. Però lui prima di ripartire si è avvicinato al banco dei libri. E ne ha comperati due.
Ecco, questo si è un particolare importante. Ma molto, io penso.

venerdì 2 ottobre 2009

Quello che le donne non dicono

Che abbiamo un cervello, oltre alla figa. E che questo cervello è al momento abbastanza indignato.