Le coincidenze sono belle. Molte volte ti sorprendono. Quasi sempre svelano un destino, un disegno di cui sono tracce da interpretare. E bisogna starci attenti, alle coincidenze. Fino a che sono favorevoli, sei in discesa. Quando iniziano ad esserti contrarie, non puoi nuotare contro corrente: sarebbe sforzo inutile.
Ma se pensi ad una cosa da qualche giorno, e quella cosa diventa piccola scelta, quando poi qualcuno ti parla di quella stessa cosa senza sapere il valore che ha per te proprio in quelle ore… ecco, è una bella coincidenza.
Quel dandy di Oscar Wilde diceva che non abbiamo una seconda opportunità per fare bella impressione. E aveva ragione, per la miseria! Prendiamo l’acchiappo, per esempio. E’ una cosa delicatissima. Forse non per tutti, ma dal mio punto di vista fare bella impressione quando si vuole attirare l’attenzione di una persona di sesso opposto, è fondamentale. E io ne ho sentite di banalità. Quelle idiozie che a te viene da voltarti dall’altra parte facendo finta di non aver sentito. Che preghi Dio di fare un miracolo improvviso inghiottendo nella terra l’omino che ha appena pronunciato quelle banalissime parole con l’intento di sedurti. Le più quotate idiozie sono a tutti note. Che ore sono? Ci siamo già visti da qualche parte? Orbene, signori uomini, se volete entrare nelle grazie di una donzella, siete avvisati: queste due frasi vi squalificano in partenza. Sforzatevi almeno un poco poco, all’inizio, a inventare una cosa intelligente. Lo so che non è facile, ma vi trovate avanti di un sacco, se ci riuscite. Io la più bella frase di acchiappo che ho sentito è stata questa. Stavo in spiaggia, e leggevo. Sola. Vicinissima all’acqua, tipo alle tre del pomeriggio. Che in spiaggia eravamo solo io, il mio libro, e questo tizio dagli occhi azzurri. Mi fa: - quante pagine ha il tuo libro?- E io lì ero curiosa di sapere come avrebbe proseguito. Mi ha attirata, il tipo. - 280, ho risposto – i libri più grossi te li leggi sempre al mare. - E adesso a che pagina sei? – - Perché ti interessa? – - Così vedo se posso aspettare che tu finisca prima di chiederti di fare due chiacchiere. – Meraviglioso! Naturalmente era un acchiappone che non ho più rivisto. Però è stato il modo più carino con cui qualcuno ha attaccato il cosiddetto bottone. Il peggiore, invece, è stato il seguente. Io mi dirigevo ai cassonetti per buttare l’immondizia; indossavo un abbigliamento consono all’operazione, quindi tolto il mio fascino naturale non ero esattamente una fotomodella. Questo qua passa con la bicicletta. E voleva attaccare il bottone. Mi fa: - e non è un peccato buttarla? – Io mi ci sarei buttata assieme alla spazzatura, nel cassonetto. Signore misericordioso, che devo fare? Mangiarla? Collezionarla? O tiratela in testa? Ho proseguito facendo finta di non aver sentito.
Ora si sa che lassù al norde non hanno il sole. E che il nostro sud è la terra del sole. Le amiche che se ne stanno lassù rimpiangono il sole e quando ritornano quasi non le riconosci perché sono impalllidite. Tutto questo, si sa. Qualcuno, allora, mi spiega perché il più grande impianto fotovoltaico d'Italia si trova in provincia di Verona?
Quando vado al cinema, io sono una di quelle che vorrebbe restar seduta ancora per tutta la durata dei titoli di coda. Mi piace ascoltare la colonna sonora fino all'ultima nota: è uno spazio di confine tra la fantasia e la realtà. Ti fa atterrarre piano. Sicchè non mi sono simpatici gli spettatori che, al contrario, si alzano quasi prima dell'ultima scena. Odio quelli che si muovono per infilarsi il cappotto, e disturbano il dissolversi del film con braccia scomposte verso l'alto per indovinare la manica. Dio buono, aspetta che si accendano le luci, per vestirti! Dove devi andare così di fretta? Capirete bene che, per una schizzinosa come me, stare seduta accanto a gente che chiacchiera durante la proiezione sia inammissibile. Se c'è una scena in cui gli attori non parlano, ci sarà stato un regista che ha voluto dare un valore artistico a quel silenzio. Stai zitto anche tu, no? Questa sera stavo al cine. Arrivano tre bionde ossigenate. Pelliccia. Trucco molto forte. Circa sessant'anni cadauna. Un profumo talmente intenso da far girare la testa. L'amichetta corritrice e io le guardiamo un po' schifate. Ma tant'è. Sorridiamo. Le tre grazie si siedono, spandendono questa scia di profumo dolciastro da nausea. Rossetto. Movimenti tintinnanti di mani inanellate ad accompagnare parole. Il film inzia. Ma queste non smettono di parlare. Ad origliare i loro discorsi, noi non lo si è fatto apposta. E' che sarebbe stato impossibile non sentirle. Parlavano di "seduzione", "attrazione". Forse si erano ingrifate dal titolo del film, che aveva dentro la parola "amante". O forse parlano sempre di questo genere di argomenti. Non so. Del resto, la passione non ha età. Ma erano fastidiose. Complessivamente molto fastidiose. Sicchè quando abbiamo sentito una affermare di essersi sentita "come una libellula", l'amichetta corritrice ed io, comprendendoci con una sola occhiata, abbiamo preso borse e cappotti e ci siamo sedute più indietro. Ma la scia di profumo arrivava ancora. O erano i nostri sensi ad esserne stati avvolti. Come dal volo leggiadro di tre libellule.
Il cardinal Bertone, ad un giornalista che gli chiedeva di esprimersi circa la perdita di credibilità della Chiesa (perdita di credibilità? Come gli sarà venuto in mente, poi… giornalisti faziosi, e comunisti!), il cardinal Bertone dicevamo ha così risposto: la Chiesa ha la protezione di Qualcuno dall’alto.
Meglio di lui lo disse, un bel po’ di tempo fa, tale Boccaccio Giovanni. Costui era uno che di certo non la mandava a dire, e affermò che gli uomini di chiesa sono la prova vivente dell’esistenza di Dio. Essendo Boccaccio autore ironico, il senso di questo assunto si capisce meglio nella seguente precisazione: che se non ci fosse Dio, con il livello di credibilità che hanno gli uomini di Chiesa, il cristianesimo si sarebbe già estinto. Questo, nel 1300.
Sono passati più di seicento anni, ma le cose non cambiano. Tranne che nella gradevolezza del sostenitore di questa tesi, ecco.
La felicità è occasionale. Quasi sempre viene dalle piccole cose, gesti quotidiani, attimi che ti sfiorano la pelle senza fare rumore. L'amore non porta felicità. Emozioni forti, passione. Vento di tempesta e mare limpido. Ma non è felicità che dura. La felicità è quella che trovi lungo il cammino quando non la stai cercando. Non cercare la felicità nei tuoi giorni. Accetta che ci sia il dolore, perché il dolore sempre ci sarà.
Avete presente i film per bambini in cui c'è sempre la bambina buona e povera e quell'altra ricca e cattiva? Certamente si. Come la descrivereste, voi, quell'altra ricca e cattiva? Bene, ieri sera io quella bambina l'ho vista. Era dietro la porta di vetro del cinema. Aveva quell'espressione insolente e altezzosa che tutti avete in mente. Proprio uscita dal film per bambini. Si guardava intorno soddisfatta del suo essere superiore; si dondolava spostando il peso del suo sghignazzante corpicino da una gamba all'altra. E, cosa abominevole, indossava una pelliccia. Una pellliccia sintetica nera e grigia, allacciata in vita. Quanto l'ambiente influenzi il carattere delle persone, è da dimostrare. Ma se fra quindici anni si saprà di una bambina che ha ucciso sua madre, non mi stupirebbe se la polizia trovasse fra i suoi effetti personali un pellicciotto sintetico da bambina. Che quella, cattiva, c'era già.
No che non mi sembra niente. Il mare, è l'anima. Ecco perché sono triste al pensiero che i posti dove c'è più lavoro sono posti lontani dal mare. E io non ci vado lontano dal mare. Non è una questione di scelte, ma di sopravvivenza.
Un amico oggi mi ha chiesto "come va?" Benone, ho risposto io. Che a pensarci bene, non era vero. Però alle volte mi chiedo se non siano stanchi, i miei amici, di sentirsi dire sempre più o meno le stesse cose. Così quando ho letto questa erbaccia della giardiniera, mi sono sentita sollevata. Non perchè il mal comune è mezzo gaudio. Che secondo me chi ha fatto sto proverbio è un bel po' stronzo. No, mi sono sentita sollevata perché io quando sto proprio di questo umore, non mi riesce di scrivere. E allora leggere le cose che provi dette da qualcun altro, fa comodo.
Oggi ho visto una bella signora. Elegante. Cappottino, cappello, gonna, stivali. Ma aveva le gambe che storte è dir poco. Questa signora elegante che ho visto aveva le gambe a parentesi tonda. Io per delicatezza non ho guardato le mie ma, essendo che me le ricordo, mi son detto che sono fortunata.
L'uomo ha tante cose meravigliose, che lo rendono unico. Ha un profumo di dopobarba, che ti fa pensare al vento. Ha braccia grandi, quando sa stringerti. Ha la capacità di non vedere le cose che ha sotto gli occhi, e quella tenerissima espressione smarrita quando chiede: dov'è...? L'uomo ama il calcio, senza bisogno di aggiungere altro. L'uomo ha sempre la risposta ai problemi elettronici e sa esattamente perché non funzionano gli elettrodomestici. Li usa poco, però. E' più bello della donna, quando trasporta le casse di acqua minerale. Ha bisogno di essere ubriaco per fare cose gentili; molto gentili, intendo. L'uomo si innamora della donna. E questa è la cosa più meravigliosa che possa capitargli. Buon ottomarzo, signori uomini.
Quando smetti di stringere le mani per trattenere le cose, anche la tua vita, è allora che inizi a volare. E non è vuoto, ciò che sei. Sei vento, aria. Immensità.
Io c'ho uno spirito combattivo contro le ingiustizie, in ogni momento della giornata. Che è un bel faticare, considerando come va il mondo al giorno d'oggi. Fatto sta, quando vedo cose ingiuste mi incazzo prepotentemente. Una cosa ingiusta sono le persone nei negozi che, essendo clienti, si credono in potere di decidere la sorte dei commessi. Come se i commessi fossero schiavi. Invece sono persone che stanno facenno il loro lavoro, mentre tu sei a zonzo a spender quattrini, sicchè io credo che i commessi bisogna rispettarli. Ciò detto, oggi mi si presenta questa scena: cassa del supermercato, davanti a me padre grosso e figlia-bambina tipo: grassoccia pure lei, viso tondo, capelli lunghi, dieci anni circa. Noi si aveva entrambi una cassa d'acqua minerale. Io tutta mingherlina, e questi di dimensioni visibilmente maggiori. Ma poiché la gente - a cominciare da me, non mi esimo - si lamenta per ciò che non dovrebbe, il signore protesta con la cassiera, che perché non aprite le casse dall'altra parte, più vicino al reparto dell'acqua. La cassiera smarrita non aveva una risposta palusibile. Cercava di essere comunque gentile. Avrà pensato, spero: se non si lamenta sta povera crista qua dietro, tu la puoi pure trascianare qualche metro in più l'acqua. La bambina grassoccia dieci anni circa, interviene, con l'espressione odiosa delle bambine di dieci anni quando sono antipatiche: è vero, le dovete aprire più in là le casse. Segue silenzio. Orgoglioso, del padre. Smarrito, della cassiera. Inorridito, di me medesima. La bimba incalza: perchè il cliente ha sempre ragione. Ecco dove ci hanno portato le leggi del mercato. Cara bimba, avrei voluto dirle, tanto per cominciare il cliente vero e proprio non sei tu, ma il tuo imponente padre; a seguire, la signora - per la mia teoria di cui sopra - sta facendo il suo lavoro e come tale va rispettata. Per concluedere, adorabile bambina, lei potrebbe essere tua madre. E almeno questo, in un mondo che conserva qualche spiraglio di giustizia, si dovrebbe rispettare. Invece.
La speranza di poter fare il lavoro che ti piace in un posto che ti piace, l'ho persa pure io che sono la reincarnazione di Alice nel paese delle meraviglie. Dunque, per restare in Italia (che non sono convinta ci resterò: decisione da vagliare) bisogna andare in questo Nord. Ora io del nord non so bene neanche la geografia. Sicché mi metterò a studiare, così tanto per orientarmi meglio. Prima cosa da cercare su google: Italia, nord, città col mare.
Io appena spunta un po' di sole, esco a piedi. Che ha un buon profumo, il sole. Allora mi si è avvicinato sto motorino, con due pischellini sopra. Maschio e femmina, così come Dio li creò. Giovani. Molto giovani. Con il viso brufoloso e felice degli innamorati in piena ormonale. E l'espressione di quelli che non sono andati a scuola, per lo stesso motivo per cui io stavo a camminare a piedi. Per sfinirsi di abbracci, al sole. Questi qua dovevano tornare a casa, al paesello, entro lo stesso orario in cui sarebbero tornati se fossero andati a scuola. Ricordi felici di quando si faceva lo stesso. Cercavano la strada, ma la strada che era stata loro indicata aveva il divieto d'accesso. E mi chiedevano come fare per ritrovare la via del paesello. Io ho pensato che ne troveranno tante, di strade vietate, crescendo. Che tu vorresti andare lì, ma lì qualcuno ha deciso che non si può andare. Ma ho pensato anche che se sono in due, belli e forti come stavano in questo monento, la troveranno sempre, un'altra strada.
Io ho sempre fatto tutto quello che credevo in mio potere fare. Non sono mai scesa a compromessi, però. Adesso mi volto indietro, e scopro di non avere nulla in mano. Solo delle amicizie, belle, vere, importanti. Che non è poco. Lo so. Ma imparo che forse la vita è tuffarsi in apnea, e nuotare, senza sapere dove si andrà. Senza respirare. Fino a perdere il fiato. Fino a dimenticare di avere un cuore tutto sbagliato.
La speranza è quando apri gli occhi al mattino e culli l'attesa di quello che farai nel giorno che ti aspetta. La speranza è quando vai a letto la sera e ti addormenti sognando quello che farai nel prossimo mese. La speranza è vedere un oggetto che ti piace, e avere un angolo di casa in mente in cui ti piacerebbe vederlo, quell'oggetto magari inutile, e comperarlo. La speranza è poter desiderare di fare una vacanza, quando avrò le prossime ferie. La speranza è l'attesa di incontrare nuovi amici, in questa città, sapendo che potrò magari invitarli al cenone di capodanno. La sepranza rende bella la vita. Ma quando la tua casa non è tua, il tempo scorre veloce senza dirti dove va, la gente che incontri sono solo comparse che sai verranno inghiottite da una nuova strada e una nuova terra, domani. Quando è così, la speranza traballa. E quando la speranza traballa, vai a letto la sera dicendo e anche oggi è andata; ti svegli al mattino con tutta una giornata davanti da riempire di non sai cosa. E se tutto questo ti accade a trent'anni... puoi essere ottimista quanto vuoi, però ogni tanto ti fermi e ti chiedi: ma io, dove sto andando?
Lode all'amicizia. Che mentre me ne andavo a prendere la birra con la mia amica dalle unghie preziose, attraverso la strada e noto un'automobile ferma. Accostata a ciglio di strada, di quei parcheggi che non sono parcheggi perché servono solo a far scendere il passeggero. Ma siccome il passeggero ti stava dicendo una cosa importante proprio quando tu hai accostato, non può mica scendere e interrompere la confidenza. Allora tu spegni il motore all'auto, piantata là quasi in mezzo alla strada, e perdi la cognizione del tempo. E parli, parli. Nella notte, quasi semrpe. Ecco, io stasera ho visto una scena così. E' solo che dento all'auto c'erano due piccole signore coi capelli corti permanentati e tinti. Una aveva gli occhiali, entrambe avevano le rughe. Insieme superavano di certo i cento anni. Io sono stata contenta, di vedere che certe belle abitudini non si perdono col tempo.
Non serve dire molto, per parlare lo stesso linguaggio. Anzi. Spesso, le parole che ti uniscono più intimamente sono quelle non dette, è guardare con occhi diversi nella stessa direzione, è sentire che c'è un angolo di mondo in cui puoi svelare chi sei al riparo da schemi, giudizi, imposizioni. Queste sono le parole dell'amicizia.
La principessa Sissi è una melensaggine che la telvisione ci rifila ogni anno. Puntuale. Ma chi di voi donne non ha sognato una volta di essere una principessa e sposare un principe? Sarà questo il motivo per cui finiamo per darci almeno un'occhiata, alla principessa Sissi. Valzer, abiti, rose. Poteva anche bastare così, però. Io avrei evitato di riproporre la stessa melensaggine travestita da fiction italiana. Rende ancora più evidente quanto è brutta, la televisione italiana. Questi qua hanno facce prive di espressione alcuna, e recitano battute veloci come scioglilingua, che i vicini di casa alzano il volume al televisore sperando di capire meglio. Ma l'unico risultato è che a me adesso sembra di essere circondata dalla principessa Sissi versione italiana che diventa un tutto organico con i muri del palazzo. Inquietante.
Ora, io c'ho i poteri. Tipo che se fossi vissuta in un'altra epoca, mi avrebbero eletta sacerdotessa e mandata nella stanza segreta del tempio ad essere invasa dal dio. Non lo so se è sensibilità, intuizione, stregoneria o follia. Di certo, a me capita di pensare a qualcuno, e questo qualcuno mi si materializza dopo poco. Che sia un sms, una telefonata, un incontro. Ma la vedo, la incontro, quella persona che mi è venuta nei pensieri. Sicchè io ci credo, all'anima. All'incontro non tangibile. Ora, ieri mi è venuto da pensare a un tizio, un prof che ho avuto l'anno scorso. Questo prof, poverino, stava poco bene. Si assentava spesso perché ha subito un intervento, l'anno scorso. E l'ultima volta che l'ho visto, al tavolo dell'esame, era così pallido e magro che mi sono dispiaciuta per lui. E proprio ieri ci ho pensato. Mi sono chiesta se si fosse ripreso. Ad essere sincera, considerando le condizioni in cui l'ho visto l'ultima volta, mi sono chiesta se fosse morto. Ebbene, sono cinica. Alle volte mi capita. Ma in virtù di quei poteri che c'ho, io oggi ero alla messa. Scambiatevi un segno di pace, ha detto il prete. Mi sono voltata per dare il segno di pace a quelli dietro, e nel banco dietro, esattamente dietro al mio, c'era quel prof. Io quando l'ho visto, perdonatemi, ho avuto un sobbalzo. Che non fosse morto, l'ho capito solo quando mi ha stretto la mano. Ed era calda. Di carne, insomma. Con la mano nella mia, ho capito che non era un fantasma, quello che avevo davanti. Perchè io, i miei poteri alle volte mi lasciano sgomenta.
C'era una volta una bilancia. Aveva, su un piatto, la speranza e la pienezza; sull'altro piatto, la delusione e il vuoto. Questa bilancia se ne stava da sola tutto il tempo, nel laboratorio del Buondio, e si annoiava. Aveva voglia di vedere da vicino la vita degli uomini, di cui tanto si discorreva nel laboratorio. Danno molto da fare gli uomini, al Buondio. Sicchè, presa dalla curiosità sempre più forte, un bel giorno la bilancia osò chiedere al Sommo che cosa facessero di così interessante, gli uomini. L'Eccelso rispose che tutto quello che facevano era racchiuso nei suoi due piatti. Speranza e pienezza. Delusione e vuoto. - Com'è possibile? - esclamò stupita e infastidita la bilancia - Tu sei sempre così impegnato a star dietro agli umani, e io qui senza far nulla, tutta sola soletta...com'è possibile che io racchiudo tutte le loro azioni? - - Se non mi credi - rispose paziente il Buondio - ti mando laggiù, fra gli uomini. E vedrai - La bilancia non riusciva a credere alla fortuna che le stava capitando. E' davvero buono, il Buondio, pensò colma di riconoscenza. L'attesa del gran momento le sembrò lunghissima, ma quando finalmente arrivò il giorno di scendere sulla terra, sentiva che il suo destino si stava compiendo. Il Divin Consiglio le aveva assegnato, come prima meta, la casa di una donna innamorata. E la bilancia si sentì al colmo della soddisfazione dal momento che, questo anche lei che aveva poca conoscenza del mondo lo sapeva, l'amore è una delle esperienze più totali degli esseri umani. E lì, osservando i giorni di quella donna innamorata, la bilancia capì che il Saggio aveva ragione. I suoi due piatti contenevano tutto il trambusto per cui le creature effimere si affannano, sulla terra. La donna, infatti, che fino a quel momento aveva vissuto di solo amore, appena la bilancia arrivò, iniziò a pensare, riflettere, pesare. Sono più le speranze o le delusioni? Pesa di più la pienezza o il vuoto? La pienezza riempie, ma fa volare. Il vuoto ti fa sprofondare, ed è più pesante. La speranza alleggerisce il cuore, la delusione lo rende di marmo duro. La bilancia lo sapeva, quale dei due piatti pesava di più. E lo scoprì anche la donna, grazie al desiderio che aveva avuto la bilancia di conoscere il mondo. Il Buondio aveva ragione, a dire che tutta la vita degli uomini è contenuta su quei due piatti. Non disse, però, che gli uomini non sanno mai scegliere il piatto giusto. Questo lo capì da sola, la bilancia, che da allora continua a vagare nel tempo cercando di insegnarcelo. Noi non l'abbiamo ancora imparato.
E' che le cose vadano un poco come vorrei. Sono ottimista. So combattere la malinconia. Forse ho ancora la speranza. Ma non ho che le cose vadano bene. E non sono sicura che tu sia dalla mia parte.
Tra un paio di giorni inzio a seguire il corso per l'abilitazione al sostegno. E' di oggi la notizia ufficiale che il Ministero ridurrà ulteriormente gli insegnanti di sostegno. Ditemi voi dove devo andare per non essere trovata, perché io ho esaurito le idee.
Poco prima, un servizio al telegiornale iniziava col queste parole. Che poi costituiscono l’incipit di una nota poesia di Montale. O almeno a me, nota.
La signorina giornalista se ne andava carina a intervistare gente per strada, che io posso anche capire l’imbarazzo se tu te ne stai a fare i fatti tuoi e una ti ferma con microfono e telecamera chiedendoti se conosci questa poesia. Per cui, espressione smarrita: giustificata.
Naturalmente, tutti i signori intervistati smarriti ignoravano la poesia. Un ragazzo ha detto: Montale….di che periodo è?
Questi sono i momenti in cui capisco al frase dei film: hai il diritto di tacere, tutto quello che dirai potrebbe essere usato contro di te.
Orbene, nell’ignoranza generale della poesia che, a detta della signorina giornalista carina, non si impara più a memoria nelle scuola, il servizio rispondeva con una rivelazione. Il faccione tondo di Mario Venuti che canta meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto. Eccetera.
La rivelazione è che c’è un cd musicale nel quale grandi artisti della canzone italiana (Spagna, Iva Zanicchi, vabbè) cantano le poesie.
Che presa in sé, l’idea potrebbe pure essere carina. Se consideri i testi di certe altre canzoni, come quello che deve fare l’amore in tutti i laghi, capisci che ascoltare Spagna che canta Leopardi potrebbe non dispiacerti del tutto.
Poi, continuando a seguire il servizio rivelatore di conoscenze eccelse, ho scoperto che questo cd l’ha finanziato il Ministero della Pubblica Istruzione.
Che, se non ricordo male, è lo stesso ministero che ha ridotto le ore di Italiano nelle scuole. Il cerchio si chiude, la conoscenza è completa: ti compri il cd, le poesie te le ascolti in cuffia nell’mp3 mentre vai sul motorino, i professori non ti servono più a nulla.
Oggi c'è un caldo sole quasi primaverile, di quelli che fanno brillare i colori puliti dal freddo. Intanto, piove. Piove poco, quasi senza nuvole, ma piove di una pioggia intensa spinta dal vento. Forte, il vento. A rendere ancora più puliti i colori illuminati dal sole. E mentre piove col sole, sull'orizzonte si affaccia un arcobaleno. Inciso nel cielo. Sembra un disegno fatto coi colori pastello. Ed è un arcobaleno orizzontale. Non l'avevo mai visto. Tu sei abituata a pensare all'arcobaleno come una specie di scivolo colorato che unisce terra e cielo. Questo di oggi, invece, era languidamente sdraiato lungo la linea d'orizzonte. La natura è bella perché sorpassa ogni immaginazione. E capisci che nulla è solo e sempre come ti aspetti che sia.
Io quando l'ho sentito per la prima volta, non ci ho voluto credere. Che una donna dica che gli fa schifo il sesso, ma lo fa per fare felice il suo uomo. Non ci ho voluto credere la prima volta, ma poi l'ho sentita un'altra volta ancora. Poi ho iniziato a sentire anche altre persone che l'avevano sentito a loro volta. Che a una donna non piaccia il sesso, ma lo fa per fare felice il suo uomo. Io credo che sia una bugia, una cosa ipocrita da bigotta. Che hai ricevuto un'educazione retriva e pensi dentro di te che le donne se dicono che a loro piace il sesso, sono puttane. E allora mi incazzo, per l'ipocrisia. Ma poi, ammesso che sia vero. Sono scelte, gusti. E la libertà delle persone va rispettata. In tal caso, però, candida fanciulla dal viso di giglio...se a te il sesso non ti piace, semplicemente...non lo fai. Perché se vai a letto col tuo uomo solo per farlo felice, sei schiava. Ed è peggio che essere bigotta. Io credo che la donna sarà veramente libera dal maschilismo quando lei smetterà di sentirsi asservita all'uomo. Io credo che le persone saranno veramente libere, quando si libereranno dalla propria ipocrisia. Ce n'è di strada da fare ancora, però.
Questa mattina ascoltavo una canzone. E mentre fuori pioveva, quella canzone mi ha fatto pensare ad un amichetto, e a quel poco di tristezza che ci siamo divisi. Questo pomeriggio ho parlato con quell'amichetto. E credo che la musica trasformi la tristezza in sogno.
Se volete studiare ed avere la certezza di non alienarvi troppo dal mondo esterno, le biblioteche dell'Università sono quello che fanno per voi. Presso la Biblioteca Interfacoltà è possibile trovare gente di tutti i tipi. Per i ragazzi infatti c'è un'ottima concentrazione di donne, il che si sa non guasta mai.
Ecco quanto ho trovato in rete, sul più noto motore di ricerca, alla voce: biblioteche in città. Ora mi metto a cercare: luoghi per piangere a lungo.
Oggi ho scoperto che il costruttore dell’appartamento in cui vivo, in affitto, è candidato alle elezioni regionali. Ho visto il suo nome gigantesco su un cartello pubblicitario. Azzurro e bianco, il cartello. Il che significa, senza fare nomi, che il costruttore dell’appartamento in cui vivo in affitto è candidato col partito di quel signore bassino che ama le belle donne. È candidato alla regione nella lista di quell’altro signore che ha il nome come l’aeroporto, ma non si chiama Fiumicino. Ora a me piace molto l’appartamento in cui vivo in affitto, però oggi sono tornata a casa e l’ho sputato un poco.
Sono stata a correre. Sono stata a correre al mare. È un momento di piacere intenso: l’azzurro dell’acqua ti entra nei polmoni aperti di onde, e il rumore lieve del bagnasciuga pulsa al ritmo del tuo corpo abbandonato alla vita. Corri, ed è come sciogliersi in schiuma e diventare mondo. Respirare tutto. Non più pesante.
Io correvo per perdermi. Perché in quel momento ero fuori da me stessa. Ero felice, ma fuggivo da un peso che mi stringe il cuore.
Mentre correvo con la mia tutina e la coda, sul marciapiede accanto passava una perfetta famigliola. Lei spingeva una carrozzina, una bimba più grande se ne andava di qua e di là. Ci siamo guardate, io e lei. A me ha fatto un po’ male ascoltare le risa della sua bambina. Ho notato l’espressione di lei. Mi guardava con rimpianto. Credo che abbia invidiato la mia libertà.
Lui le teneva la mano e guardava me, ma questa è un’altra storia.
Piccolo figlio. Tu che sei vissuto nel caldo dei miei desideri, ti sei nutrito col sangue e la carne dei miei progetti, sei cresciuto fra i palpiti delle mie attese. Ci sei stato. Perché la tua mamma ti ha aspettato. E guardava quell'angolo di vita in cui avrebbe dormito il tuo sorriso, la sera; e tutti zitti per non svegliarlo. Ci sei stato. Perché la tua mamma ti ha tanto amato. Grembo vuoto di speranze, posa adesso le sue mani su un corpo che non attende più, la tua mamma. Grazie della gioia che ho provato credendo che saresti venuto.
Si parlava della congiuntura astrale sfavorevole che fa coincidere carnevale e sanvalentino, quest'anno. Di domenica, come se non bastasse. Ora io lo so che a carnevaleognischerzovale, però questa mattina ricevere una mail di Windows Live col titolo: Ti ama davvero?..... non è stato un bello scherzo. Ecco.
Dorina era distesa sul fianco e si cingeva la vita con un braccio. Livio allungò la mano e le carezzò i capelli. Non era sicuro che fosse sveglia, ma provò ugualmente a parlarle.
- Dormi? -
Lei tirò l’aria col naso e poi disse no.
- Forse è meglio che ci alziamo – disse Livio portando la voce appena sotto il normale livello della conversazione.
- Ma che ore sono? – rispose lei a occhi chiusi, anche se l’iniziativa di Livio l’aveva già mezza strappata dal torpore.
Livio si alzò a sedere e prese l’orologio dal comodino.
- Le undici. -
- Lo prendi il caffè? – continuò, visto che lei non aveva aggiunto altro.
- Eh, quasi quasi. –
- Allora rimani, te lo porto.-
Dorina affondò la testa nel cuscino tutta contenta di non doversi alzare subito.
Livio si mise in piedi e fece per rivestirsi. Aveva appena raccolto la camicia dalla sedia quando Dorina uscì dal letto e lo interruppe.
- Aspetta.-
- Aspettare che? -
Dorina aprì l’armadio, prese una busta e ne tirò fuori dei panni.
- Tieni – disse, e glieli lanciò insieme. Sembravano due. Mentre gli volavano incontro nella penombra, a Livio sembrò di vedere una cordicella.
- E questa che è? – Sapeva benissimo di avere tra le mani una tuta da ginnastica.
- L’ho presa ieri al mercato, per te. Credo che la misura sia giusta. Non mi andava di vederti in giro per casa vestito come un ospite. –
Trovare parcheggio in città è una cosa difficile. È un’attività che impiega molto del tempo nella vita di una persona: che se hai un appuntamento in un posto, devi arrivarci almeno mezz’ora prima, il tempo di trovare parcheggio. E mezz’ora oggi, mezz’ora domani, la vita passa. Per venire incontro alle necessità di chi trascorre la vita a cercare parcheggio, le case automobilistiche hanno inventato le city car. Scatolette simpatiche che infili abbastanza facilmente fra due altre automobili. E magari qualche mezz’ora la risparmi,epuoi dedicarti ai tuoi affetti.
Alcuni uomini – si sa quanto i signori maschi sono legati alle automobili – la city car la schifano. E vanno in giro, in città, col Suv. Intendiamoci, anche a me piacciono i Suv. Ma se tu esci dalla città solo per andare al mare la domenica, nel mese di agosto… forse non è un giusto investimento. Quel signore che aveva il Suv grigio targato Kia, non lo so se viaggia molto. Aveva l’aspetto tarchiato, però. Secondo me era piuttosto uno da mare ad agosto. Fatto sta, io avevo appena parcheggiato bel bella la mia macchinetta, che dovevo andare alla posta, e questo qua dai reconditi recessi della sua infinita auto, mi urla: - resta qui molto? -
Il suo Suv affiancato allo sportello della mia agile C3.
- Dipende da quanta fila c’è in posta, ma non credo. - Erano le tre del pomeriggio, orario in cui magari le vecchine dormono e gli sportelli sono meno affollati.
- No perché io devo andare dal barbiere – dice questo, scendendo dal castello e avvicinandosi al mio finestrino. La logica del dialogo, a questo punto prevedeva la battuta: vuole parcheggiare qui?
Battuta che non ho fatto, principalmente perché non avevo nessuna intenzione di mollare il mio prezioso parcheggio. E poi, cafone di un maschiaccio, sono una signora, io! Un po’ di buone maniere…
Ma il castellano proprietario del semovente castello, mi ha incalzata con la seguente domanda: - Se parcheggio qui davanti a pettine, poi lei riesce ad uscire? –
Chi mi conosce, lo sa: a me i maschi che insinuano che tu non sai guidare perché sei donna mi fanno incazzare di un incazzato inquantificabile. E questo, in maniera affatto celata, stava dicendo che se lui depositava il suo castello davanti alla mia macchinetta, io poi non uscivo. Orgoglio di donna ferita, è più pericoloso di un terremoto.
Io, con un sorriso finto seducente: - Lei parcheggi; se fa una manovra giusta, dovrebbe restare abbastanza spazio! –
Questo senza osare ribattere, ma cercando di ricambiare con un sorriso che gli è venuto piuttosto goffo, si è parcheggiato. Io sono rimasta ad osservare la sua manovra. Poi, ancora affamata di umiliazione suvistica: - Eh certo, parcheggiare con un’auto così grande è difficile. –
Umiliare un maschio maschilista col Suv, non ha prezzo.
L’altro giorno in edicola ho visto una di quelle innumerevoli raccolte, con la prima uscita a soli tre euro, e i successivi cinquecentoottanta volumi che ti vincolano a vita alla raccolta. Peggio di un mutuo. Quasi un ergastolo.
Generalmente sono cose inutili, ma carine. Oggetti irrilevanti che però a qualcuno piacerà collezionare. Io non ho la pazienza di fare le collezioni, e mi chiedo se davvero la gente continua poi a comprarli tutti i pezzi della raccolta.
Quello che ho visto l’altro giorno in edicola, però, mi ha lasciato basita. Una raccolta di acquasantiere.
Dal Devoto-Oli: Acquasantiera, recipiente per contenere l’acqua benedetta.
Sarà una collezione che fanno i preti, mi sono detta. Io tendo a darmi le risposte più bizzarre, ho la mente fantasiosa. E ho continuato a pensare al prete che andava in edicola a prendere la nuova uscita dell’acquasantiera. Però l’idea di una casa, fosse anche una casa canonica, con le pareti tappezzate di acquasantiere… a me mi ha messo un poco a disagio.
Lo stesso pomeriggio mi è capitato di osservare le pareti di un balcone. Un palazzo nuovo, civile abitazione. Alle pareti di quel balcone c’era appesa un’acquasantiera. Io guidavo quando ho visto sta cosa qua, e giuro che stavo per tamponare l’auto davanti alla mia. I miei occhi fissi al reverendo oggetto che faceva bella mostra di sé. Sul balcone.
Signore, aiutami Tu a capire perché uno che esce sul balcone dovrebbe intingere le mani nell’acqua benedetta. Ma soprattutto, per riempire la collezione di acquasantiere, uno che fa? Va a Lourdes con i bidoni?
Perché non voglio credere che l’abbiano appesa al muro come oggetto ornamentale. Proprio non ci riesco, a pensare ad una cosa del genere, con tutta la mia mente fantasiosa.
Spesso mi capita di sentirmi dire “beata te”. Che io lo so, l’erba del vicino è sempre più verde. Ma a dirmi “beata te” spesso, sono amici cari. Persone con cui ci si confida, quelli sui quali sai di poter contare. E allora non è questione di erba verde, perché è una considerazione fatta da chi mi conosce a fondo.
Ora, queste persone però, generalmente hanno tutte qualcosa di rilevante che io non posseggo. Parlo dei cosiddetti beni di prima necessità, tipo un uomo, o una donna; una casa propria; un figlio. Beni dei quali io alle volte sento la mancanza. E sorrido quando i miei amici mi dicono “beata te”. Nel mio sorriso c’è la consapevolezza di quella nota che rende la mia musica, magari, così bella alle orecchie di chi la ascolta.
Ed è questa, la mia nota. Che io so godere. E mi piace vivere, tutto, intensamente. E lo so quanto questo sia importante, perché ti rende davvero beato nelle cose che fai. Se non suoni quella nota, perdi il sapore della vita. E la vita, si sa, va mangiata. E gustata. Questa è l’arte della gioia.
Orbene, ero ferma ad un semaforo in questa fredda giornata di febbraio che anche l'aria ha il colore del gelo. Mi guardavo distratta intorno, quando la mia attenzione è stata richiamata da un distinto uomo nerovestito, il quale è sceso dalla sua automobile mercedes parcheggiata sul lato opposto della strada, mi ha attraversato davanti permettendomi di gustarne l'eleganza del portamento, e si è diretto all'angolo dove era posteggiato un carretto di fiori. L'uomo distinto ha acquistato un mazzo di rose rosse. Poi il semaforo è diventato verde, e sono ripartita. Ma ero felice. Felice per quella donna che fra poco avrebbe ricevuto un mazzo di rose rosse. E felice anche un po' per me, che mi fa bene ricredermi dall'idea che i maschi sono tutti cinici ed egoisti.
La differenza fra gli intellettuali debusciati e i lavoratori concreti e produttivi consiste essenzialmente in questo: i primi alle otto del mattino dormono; presumibilmente perché hanno trascorso la notte a leggere. I secondi alle otto del mattino lavorano e producono; producono anche assordanti rumori di trapano. Questo è.
E' una frase, uno sguardo, una parola. E' un profumo noto che intenerisce il cuore in un mattino d'inverno. I raggi del sole, le ruote sull'asfalto. Nuvole leggere coprono il tepore. E mi ritrovo qui, nel grigio di un pensiero che sciupa quel sorriso, aria bagnata di rugiada. Vorrei proteggerlo, ma è così fragile. Stringere le dita non è trattenerlo, è perderlo. Lascia scorrere quell'acqua pura di neve. Ne berrò io, arida terra. E spunteranno i fiori.
Festa di compleanno. Molta gente allegra, musica, una ricca tavola imbandita. Tra la folla di giovani con le bottiglie di birra in mano, misti a deliziose fanciulle con pantaloni stretti e tacchi alti, una coppia. Lui, maglioncino di lana rasa nero; camicia bianca visibile sul collo e nei polsini; jeans; scarpe di pelle lucida. Così lucida che ti ci puoi specchiare dentro. Carino, viso pulito; capelli corti neri. Lei, bellissima. Un volto pressocché perfetto, i capelli lunghi biondi e ricci. Alta sui tacchi neri, maglia nera con scollo a barca, dal quale intravedere la spalla bianca di pelle profumata. Sembra che intorno a loro la festa si fermi. Quasi gli altri abbiano timore ad avvicinarsi. Si guardano, si stringono. Si sussurrano parole all'orecchio. Innamorati. Giovani. Belli. Sembrano perfetti. Dopo il taglio della torta, gli invitati inziano a indossare i loro cappotti e lasciano la sala. Un amico col quale avevo chiacchierato piacevolemente ha trovato la sua auto bloccata da una BMW. Rientrato in sala, chiede se conosciamo il proprietario dell'auto parcheggiata dietro la sua. E' nera, la BMW, dice. Io ironizzo sul fatto che vorrei fosse mia, ma...proprio no. Poi azzardo una previsione: secondo me il proprietario è il ragazzo fighetto con le scarpe lucide. Così perfetto che non può far entrare una bionda talmente perfetta in un'auto meno perfetta di una bmw nera. Il ragazzo dell'auto bloccata mi guarda complice e mi confida: ho pensato la stessa cosa anche io. Si chiede al festeggiato informazioni su quella BMW nera. Persa nel vocio degli invitati, non sento la risposta del feseteggiato. Ma scorgo il fighetto con le scarpe lucide che si allontana dalla sua bella, dopo aver estratto dalla tasca dei pantaloni delle chiavi. Il ragazzo bloccato, pregustando la sua libertà, mi guarda ancora più complice. Ci sorridiamo. Quando vedi il mondo allo stesso modo con qualcuno, capisci il significato della parola "fratellanza".
Il mio pensiero circa argomenti spinosi quali le differenze tra uomo è donna potrebbe essere noto a quanti hanno la gentilezza di visitare 'sto bloguccio. Per supportare incertezze, ribadisco che a parere mio le femminucce sono più intelligenti dei maschietti, più scaltre e svelte di pensiero. Molte, purtroppo, non lo sanno e continuano a credere che il nostro destino di costole di Adamo sia appunto quello di dipendere dai maschietti. Ma la verità non è questa, appunto. Tra le differenze ce n'è una a favore di lorsignori uomini. Ed è quella che generalmente gli uomini guidano meglio delle donne. Non solo. Se hai bisogno di un'indicazione stradale, ti conviene decisamente chiederla a un uomo. Loro sono precisi, sicuri, sanno addirittura quantificarti le distanze: cioè danno quelle indicazioni commoventi tipo "dopo duecento metri trovi un semaforo e devi girare a sinistra". Io naturalmente non ho idea di quanto siano duecento metri, ma quando le indicazioni stradali le chiedo a un uomo, riesco ad arrivare a destinazione. Le donne no. Le vedi confuse, smarrite; ai duecento metri dell'indicazione maschile corrispondono nel gentil sesso frasi come "per di qua ma non lo so se c'è senso vietato". Ieri ho imboccato una strada consigliatami da un'amica, e la direzione era sbagliata; quando mi sono resa conto che la direzione era sbgaliata, mi sono fermata a chiedere. Ad una signora. Che mi ha fatto fare un giro contorto, al termine del quale ho intravisto un uomo, finalmente! Questo uomo gentile mi ha rimandata al punto dove avevo incontrato la signora. Quello che le donne non dicono sono indicazioni stradali giuste. Ecco.
Quindi ci sono questi operai che lavorano qua di fronte. Sono muratori e costruiscono un nuovo palazzo. Che secondo me costruire una casa con le tue mani è uno di quei gesti primordiali nei quali l'essere umano ritrova la sua essenza più vera. Ora uno di questi signori muratori si chiama Marcello. Io non lo so se è il caposquadra, quello al quale tutti si rivolgono per prendere gli ordini, oppure se è semplicemente sordo. Quello che so è che si chiama Marcello. Lo so senza ombra di dubbio.
Se trovare il lavoro per cui ho studiato da quando avevo sei anni e non ho ancora smesso è così difficile, mentre trovo infilato sotto il tergicristalli della mia macchinetta un volantino in cui si annuncia che un'azienda leader del settore cerca personale, allora io non posso fare a meno di chiedermi dove ho sbagliato. Domani faccio un falò con libri e pergamene di lauree, specializzazioni e abilitazioni. Chi vuole venire, portasse da mangiare. Le birre ce le ho io.
Oggi è domenica. Alle volte la domenica sono un po' triste; stamattina sono stata nella Casa del Signore, che è luogo di pace e fraternità. Così mi sento meno sola, mi sono detta. La messa del giorno, là nella chiesa in cui sono andata, era una cerimonia simbolica: c'erano tutti i bambini che a maggio dovranno fare la Prima Comunione; che sono i bambini di quarta elementare, e più che una Messa sembrava il paese dei balocchi. Però bello, allegro. Questi bambini qua erano accompagnati dai loro genitori, i quali genitori dovevano salire sull'altare, nel momento culminante della liturgia, e accendere al cero pasquale una candela bianca da consegnare ai loro figli. Spiegazione del simbolo, illustrataci da mezz'ora di omelia del reverendo sacerdote: ripetiamo il gesto compiuto nel Battesimo dei nostri figli, l'accensione della candela della fede; nel Battesimo, però, i nostri figli erano troppo piccoli per capire. Adesso voi genitori ridate la luce di Cristo ai vostri figli che la ricevono consapevoli dell'impegno cristiano che si assumono. Ed è stato tutto un ripetere ste parole: vostri figli, voi genitori. Adesso le coppie fanno questo, adesso le coppie fanno quest'altro. Adesso i bambini con i loro genitori ripetono le promesse del Battesimo. Poi i bambini accompgano le coppie a ricevere l'Eucarestia. Ci mancavano solo gli angioletti che volavano felici suonando le trombe intorno a ciascuna di quelle splendide famiglie. E io, che ero già un poco triste di mio, non mi sono sentita meno sola. Anzi. Mi sentivo quasi un'intrusa a non avere accanto un marito con cui educare santamente nella virtù della fede i figli che Dio ha voluto mandarci. Ho pensato che mi sarei sentita allo stesso modo anche se fossi stata una donna divorziata. Se fossi stata una fidanzata abbandonata prima delle nozze. Se fossi stata una vedova. Se fossi stata una donna sposata ma sterile. Se fossi stata un omosessuale. MI sarei sentita allo stesso modo. Esclusa. In torto. Nella casa del Signore. Ma non fate caso a ciò che dico. Sono una peccatrice, io. Se fossi vissuta al tempo di Gesù, mi avrebbero uccisa lanciandomi le pietre.
Caro signor Wind, poiché la conosco ma lei non sai chi sono io, le racconto qualcosa di me. Tanto per cominciare, sono una che fa largo uso delle opzioni che offre. Sono una, poi, che per una serie di motivi dorme col cellulare acceso; almeno dal lunedì al venerdì. E non mi soffermo a spiegare perché. Ora, se mentre dormo il mio sonno generalmente profondo viene interrotto dal suono del telefono, io sobbalzo di emozioni diverse e, con le facoltà mentali rallentate dalla situazione notturna, penso nell’ordine: 1. E’ successo qualcosa ai miei. Non so perché, ma il telefono che squilla di notte lo associo di impatto a brutte notizie. 2. E’ lui che mi chiede di sposarlo. Ebbene si, sono una romantica. 3. Avrò dormito fino a tardi, quindi non è notte: è una proposta di lavoro. In genere capita questa terza opzione, ossia che quando sento il maledetto squillo non è più notte. Però sono le sette del mattino. E non è una proposta di lavoro, bensì un sms che arriva. Allungo il braccio fuori dalle coltri, la mano vaga disorientata sul comodino in cerca del cellulare, mentre ho escluso anche la prima opzione. Trovo il cellulare, sbircio col solo occhio che sono riuscita ad aprire la bustina gialla. Nuovo sms. La seconda possibilità si fa strada, e mi dà la forza di aprire definitivamente entrambi gli occhi. Lo confesso, aspetto un messaggio di buongiorno, o magari una cosa notturna che può avermi scritto un anonimo corteggiatore. Leggere sms ora. Si. A questo punto, caro signor Wind, lei capisce bene che non mi fa assolutamente piacere ricevere un suo, di sms. Le abbiamo scalato due euro per il rinnovo dell’opzione. Caro signor Wind, non può cambiare orario per questo genere di comunicazioni?
Io ritengo necessario e non trascurabile che un cartello stradale sia collocato prima della direzione che bisogna prendere per raggiungere una destinazione.
Secondo me è utile sapere se devi svoltare o proseguire diritto, e mi sembra importante saperlo per esempio prima di immettermi in una rotatoria, o rondò che dir si voglia.
Forse è una questione di orecchio; che quando vai in un posto devi abituarti al suono di una lingua, all'inflessione, al dialetto che sia. Me lo diceva sempre il prof. d'inglese, la storia dell'orecchio: è tutta questione di abitudine, il difficile è il suono. Anche nella musica, non a caso, la familiarità coi suoni è indicata attribuendo a chi la possiede questa caratteristica dell'organo uditivo. Insomma, quando sei in sintonia, hai orecchio. Allora si vede che l'avevo persa la sintonia con questa terra. Perché oggi ho passato quasi un'ora con due operai indigeni. Dico operai per dire che non avevano una dizione molto affinata, ecco. Dunque loro lavoravano e si scambiavano una conversazione di quelle presumibilmente banali che accompganano un lavoro manuale in casa di estranei. Io però non ce l'ho avuto l'orecchio. Non ho capito una sola parola di quello che dicevano, giuro. E quando si rivolgevano a me, è stato umiliantissimo dire: non ho capito.... Ma non potevo nemmeno giustificarmi dicendo che sono di fuori. Per motivare la mia espressione stralunata, avrei dovuto dire come minimo eh mi son de milàn. Invece io vengo proprio da dietro l'angolo. Sono cose brutte.
Io non credevo esistesse uno strumento che si chiamava Bassotuba, fino a che non ho letto il libro di Paolo Nori, nel cui titolo compare questo strumento qua. Nella mia ignoranza musicale e pigrizia verbale, mi sono immaginata una specie di contrabbasso, e ho letto dunque il libro senza pormi altre domande. Non è mia abitudine; generalmente io le cerco sul vocabolario le parole che non conosco. Ma quella volta no, vuoi perché speravo di trovare qualche descrizione nel racconto, vuoi perché poi il racconto non mi è neppure piaciuto, insomma il bassotuba me lo sono immaginato come una specie di contrabbasso e non ci ho pensato più.
L’altro giorno conosco un maestro di contrabbasso; si prendeva un aperitivo e l’archivio della mia mente mi ha segnalato quell’oscuro bassotuba. Ho così scoperto che non c’entra davvero nulla con il contrabbasso. Il gentile maestro, che deve aver capito l’associazione per cui ho fatto quella domanda proprio a lui che stava sorseggiando un rosso, la prima risposta che mi dà è: è uno strumento a fiato.
E io no, per circa tre mesi ho creduto che fosse uno strumento a corda, il bassotuba.
Se il bassotuba è uno strumento a fiato, molte delle scene che ho immaginato leggendo il libro sono diverse da come le ho immaginate io. E l’amico che beveva il vino rosso non aveva nulla in comune con Paolo Nori.
Vedete che sono davvero cattivi, i pregiudizi. Se ti fermi all’idea di qualcosa, quell’idea ti impedisce di vedere l’essenza, e finirai per costruire castelli in aria, associazioni di causa ed effetto che partono proprio dall’idea sbagliata e ti porteranno lontano dalla verità. Le parole sono importanti, ma bisogna guardarle allo specchio per leggerle veramente.
Un giorno la terra disse al mare: ferma la tua spuma, calma le onde che ti fanno vento e lasciati toccare da questo lembo di costa. Il mare poteva divenire lago, per avere un bacino in cui essere abbracciato. Poteva trasformarsi in fiume e adagiarsi nel letto in cui scorre piano, l'acqua. Poteva ritornare pioggia, e salire sulle nuvole dove non ti stanca, il vento, e ogni cosa è leggera. Ma il mare disse alla terra: vorrei che la tua terra mi accogliesse, ma non sa cessare la mia acqua; posso solo sfiorarti, in un susurro di ciottoli trasparenti, ma sempre al mare ritornerò. Anche quando la risacca mi strema. Sarò sempre mare.
Sicché io ci sto attenta all'uso delle parole. Che può cambiare tutto, un aggettivo. La parola "signora", per esempio, a me piace molto. Così come non mi piace "signorina", che sembra un contentino da dare a chi proprio signora signora non è. Una donna è una signora quando è elegante, quando ti affascina, quando sa cosa vuole dalla vita. Una donna non è una signora solo perché è sposata. Avevo quindici anni quando il mio amore di allora, che era uno di animo gentile e mente raffinata (evidentemente non aveva quindici anni!) disse, lasciandomi passare per prima da una porta, "prima le signore". Sono cose che ti segnano. A me piace sentirmi dare della signora. Per fortuna l'uso comune della parola sta eliminando la differenza signora/sposata, signoria/zitella. Sono soddisfazioni. Ma se "signora" una lo è perché è gentile, "ragazza" o "donna" è una distinzione che invece è legata solo all'età. E mi auguro che a questa distinzione ci tengano anche quanti non sono proprio fissati con le parole quanto me. Dunque, partendo da questo presupposto, l'altro giorno sono stata felice quando nell'edicola del mio paesello l'edicolante carina, giovane e frizzante, ha chiesto a qualcuno di servirmi usando l'espressione: vedi cosa vuole la ragazza. Mi ringalluzzisco quando dimostro meno anni di quanti ne ho. Se te lo dice una ragazzina, poi, l'orgoglio aumenta. Ragion per cui ho ringraziato la gentile edicolante, sia per il servizio che - ho detto - per il "ragazza". E' stato a quel punto che lei ha voltato sorpresa verso di me i suoi grandi occhi scuri e mi ha chiesto: "perché, sei sposata?" No, ho risposto mestamente. Ma non sono poi cosi ragazza, ho aggiunto con voce flebile e sguardo umido di pianto che voleva sgorgare. Non ho approfondito le mie motivazioni, poi. Ma ho capito che, al mio paesello, se non sei sposata sei ragazza. Il che potrebbe essere comunque una promessa di eterna giovinezza, ma io credo che fra tipo una decina d'anni, se dovrò fare delle fotocopie e sto a casa dei miei, andrò in un'altra edicola. Perché difficilmete sarò sposata, ed evidentemente non sarò ragazza. Però mi piace credere di essere comunque una signora.
Ieri sera eravamo in questo locale a giocare al quizzetto che ci piace tanto. Abbiamo pure vinto, e i momenti di gloria intellettuale sono davvero gratificanti. Prima di iniziare a giocare, però, l'amica canterina e io abbiamo subito un'umiliazione; manco a dirlo, l'umilatore è stato un giovanotto tutto carino che si è avvicinato al nostro tavolo. Era l'animatore della serata. Capello corto a spazzola, bruno, lineamenti marcati: quello che quando si avvicina tu d'istinto ti aggiusti un po' i capelli, per intenderci. Il tipetto bellino distribuiva le pulsantiere per il gioco, e si è fermato a spiegarci una roba sull'acquisto di una scheda punti, del cui funzionamento non abbiamo capito pressocché nulla. Che io mi spazientisco con le schede punti. E anche perché noi due, la canterina e io, si pensava essenzialemnte al modo di dire una cosa carina al ragazzo bellino. Ma non avevamo messo in conto la presenza dell'amico conte. Che se ne stava tutto disinteressato al suo angolo di tavolo. Però il bellino con la pulsantiera....era a lui che si rivolgeva. Sguardo intenso, voce suadente. E allora si è verificata sta scena: noi due da perfette idiote rivolte al bellino, il bellino rivolto all'amico nostro. Poi il bellino se n'è andato, che l'amico nostro non preferisce i bellini. Se n'è andato ancheggiando. E io mi chiedo perché sono sempre i migliori che se ne vanno.