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giovedì 28 marzo 2013

I tre Re Magi sono diseprati, Gesù Bambino è diventato vecchio

[...] nel mondo postmoderno tutte le distinzioni diventano fluide, i confini si dissolvono e tutto può tranquillamente apparire esattamente uguale al suo opposto; l'ironia diventa la sensazione perpetua che le cose potrebbero essere alquanto diverse, sebbene mai fondamentalmente o radicalmente diverse.

Harvie Ferguson, in Modernità liquida

venerdì 30 novembre 2012

L'evo dopo il Medio

La scuola pubblica italiana è fortunata perché il ministro Profumodimerda ha predisposto un piano di stanziamento fondi per istituire delle classi sperimentali cui fornire i tablet.
Ieri, nella sucola dove lavoro, si è tenuto il collegio docenti, chiamato a esprimersi sulla volontà di aderire a tale iniziativa.
Naturalmente serve personale qualificato all'uso dei supporti. Il che vuol dire che devi quanto meno sapere cos'è, un tablet. Panico e sgomento tra la vecchia generazione del corpo docenti. Che tuttavia non è privo di buona volontà nel mettersi in gioco sperimentando nuove conoscenze. E meno male, perché il signor ministro Profumodimerda ha predisposto che i docenti volontari cui rivolgere la specifica formazione all'uso del supporto digitale debbano essere personale con contratto a tempo indeterminato. Stabile. Di ruolo, come si dice in gergo. Onde e vitare che a giugno, quando il precario finisce il contratto, vada via portando con sé i tablet come retribuzione delle ferie non pagate. Per esempio.
Quindi, ricapitolando, ma solo per verificare che io abbia capito bene. Ci sono i soldi per dare i tablet. Ci sono i soldi per formare i docenti di ruolo, molti dei quali avranno qualche difficoltà che i giovani precari non avrebbero. Mi chiedo se questi soldi per la formazione non si sarebbero potuti risparmiare dando la possibilità a chiunque di utilizzare il tablet. Ma soprattutto, mi chiedo, se ci sono tutti questi soldi, come mai non si trovano i soldi per pagarmi le ferie?
E io sono privilegiata. Perché mi pagano il lavoro. Cosa che non tutti.
Però siamo nell'era dei nativi digitali e il tablet, beh...ecco, come rinunciarci.

martedì 19 giugno 2012

Un vecchio e un bambino si preser per mano

Alunna: - Prof, si deve fare l'aifon
Alunna: - Prof, che cellulare ha?
Io, mostrando il mio cellulare: - ...
Alunno: - Come quello di mia nonna!

mercoledì 25 gennaio 2012

Pavimento liquido

Poco fa in radio parlava Zygmunt Bauman, quel vecchietto che ha inventato l'aggettivo "liquido" per la modernità. Gli veniva chiesto un parere sull'educazione: come devono essere i maestri nella società liquida. Mi sono fermata con attenzione ad ascoltare il suo parere, che proprio oggi sono tornata notevolmente delusa da scuola.
Dovevo spiegare Leopardi, e ci ho provato a presentarlo facendo emergere gli aspetti della sua vita e del suo pensiero che potevano colpire le menti di muro di quei mostri, con l'utopica speranza di insegnare loro come la poesia possa amplificare e dare forma più compiuta ai nostri stati d'animo. Ma io sono una povera pazza, e gli alunni non capiscono un cazzo.
Ragion per cui, mentre Bauman diceva che il maestro non deve essere un portatore di conoscenze ma di esperienze io ho iniziato ad alterarmi; andando avanti nel suo discorso, il liquido sosteneva che le conoscenze al mondo d'oggi sono moltissime e tutte a portata di mano, quindi il buon maestro deve cercare di fornire gli strumenti critici per distinguere l'utilità delle conoscenze medesime. A quel punto mi sono ritrovata a parlare con la radio. A litigare, per l'esattezza. Quando ho ripreso coscienza di quel che mi stava accadendo, stavo dicendo alle casse: eh, parli facile! ma ti devi fare un culo così.

lunedì 2 agosto 2010

A parlarle non riesco, le scriverò dei versi

A me non piace molto quando i sentimenti vengono raccontati tipo sul feisbuc, che li leggono centinaia di persone. E li leggono completamente decontestualizzati, i sentimenti.
Che se tu sei un mio amico normale, io farò la persona discreta e non mi farò troppe domande.
Ma se tu sei uno che ho amato, o uno che mi piace, io non riesco a leggere indifferente. E allora si creano delle situazioni incresciose, che quando si scrivevano solo lettere d'amore secondo me era meglio.

martedì 27 luglio 2010

E adesso la pubblicità

Scandire le nostre vacanze, le serate o le ore in spiaggia, con il nome del locale in cui siamo stati significa etichettarsi come la carne in scatola. Secondo me. Che se te la compri di un'altra marca vali meno.

venerdì 11 giugno 2010

Sarà un amore diverso grande come l'universo

Oggi l'Islanda, Paese governato dall'unico esponente politico apertamente gay, approva una legge che equipara il matrimonio omosessuale a quello fra coppie eterosessuali. Ovviamente, poiché la civiltà è direttamente proprozionale alla latitudine, tutto questo è avvenuto con zero voti contrari e senza nessun particolare scalpore. Cioè, agli islandesi tutti ghiacciati è sembrata la cosa più normale, viste le esigenze rinnovate della società, dichiarare legalmente uguali i matrimoni fra "uomini e donne, donne e donne, uomini e uomini".
Ora io penso che in Italia una cosa del genere non succederà mai. Perché qui da noi, proprio nelle stesse ore, si sta approvando una legge per cui certe determinate notizie - magari apprese con intercettazioni, quindi non proprio in modo ovvio - debbono tacersi. Tutto questo sta avvenendo, qui in Italia, con estremo scalpore. Siamo dei caciaroni, si sa. Blateriamo su tutto, spesso addirittura ci limitiamo solo a far chiacchiere. Da noi, per esempio, gli omosessuali c'è qualcuno che li prende a botte. Perché il modo in cui la gente fa l'amore, qui in Italia, è una questione di estrema importanza. Ne dipende il benessere del Paese, la morale, l'economia, forse anche l'ecosotenibilità del pianeta. E allora mentre alcuni progrediscono con sobria dignità, noi scalpitiamo con regredita ignoranza. No, inammissibile. Due donne che si amano, onta e vergogna, danno e pericolo. Picchiamole, che è meglio.

martedì 20 aprile 2010

Ti regalerò una rosa

E anche la mia automobile. Che ci sono momenti, pressata nell'impossibile traffico cittadino, con gli altri che clacsonano all'impazzata, e tu che provi a rimpicciolire le dimensione dell'auto con le manovre per riuscire a sistemarla nell'unico metro e mezzo libero, e mentre lo fai, nonostante il servosterzo, sudi, perché non si capisce ancora com'è il tempo e non indovini mai come vestirti. Poi ci sarà da cercare la cassetta per il biglietto del parcheggio, e certamente non avrai le monete sufficienti. E suderai ancora, mentre un vigile vampiro si sarà appostato accanto alla tua auto per cronometrare quanto termpo ti ci vuole a farti cambiare una banconota in tintinnanti monetine.
In questi momenti di inferno quotidiano, a me viene la voglia di fermare il primo passante e porgergli le chiavi. Dicendo: tieni, è un regalo.

giovedì 4 marzo 2010

Piccoli mostri crescono

Io c'ho uno spirito combattivo contro le ingiustizie, in ogni momento della giornata. Che è un bel faticare, considerando come va il mondo al giorno d'oggi. Fatto sta, quando vedo cose ingiuste mi incazzo prepotentemente.
Una cosa ingiusta sono le persone nei negozi che, essendo clienti, si credono in potere di decidere la sorte dei commessi. Come se i commessi fossero schiavi. Invece sono persone che stanno facenno il loro lavoro, mentre tu sei a zonzo a spender quattrini, sicchè io credo che i commessi bisogna rispettarli.
Ciò detto, oggi mi si presenta questa scena: cassa del supermercato, davanti a me padre grosso e figlia-bambina tipo: grassoccia pure lei, viso tondo, capelli lunghi, dieci anni circa. Noi si aveva entrambi una cassa d'acqua minerale. Io tutta mingherlina, e questi di dimensioni visibilmente maggiori. Ma poiché la gente - a cominciare da me, non mi esimo - si lamenta per ciò che non dovrebbe, il signore protesta con la cassiera, che perché non aprite le casse dall'altra parte, più vicino al reparto dell'acqua. La cassiera smarrita non aveva una risposta palusibile. Cercava di essere comunque gentile. Avrà pensato, spero: se non si lamenta sta povera crista qua dietro, tu la puoi pure trascianare qualche metro in più l'acqua. La bambina grassoccia dieci anni circa, interviene, con l'espressione odiosa delle bambine di dieci anni quando sono antipatiche: è vero, le dovete aprire più in là le casse.
Segue silenzio. Orgoglioso, del padre. Smarrito, della cassiera. Inorridito, di me medesima.
La bimba incalza: perchè il cliente ha sempre ragione.
Ecco dove ci hanno portato le leggi del mercato. Cara bimba, avrei voluto dirle, tanto per cominciare il cliente vero e proprio non sei tu, ma il tuo imponente padre; a seguire, la signora - per la mia teoria di cui sopra - sta facendo il suo lavoro e come tale va rispettata. Per concluedere, adorabile bambina, lei potrebbe essere tua madre. E almeno questo, in un mondo che conserva qualche spiraglio di giustizia, si dovrebbe rispettare.
Invece.

martedì 1 settembre 2009

Canzone dei dodici mesi


I miei nonni erano contadini, mani forti e pelle segnata dal vento. Figli della terra, hanno comperato distese di quell'oro dopo la guerra e con paziente laboriosità ne hanno fatto il nostro regno. Smuovere le zolle, piantare i semi, irrigare, arare, aspettare. La gioia del raccolto, conquista strappata col sudore degli uomini e la tenacia delle donne all'ansia sospesa di un temporale che poteva arrivare a portarsi via tutto.
Settembre profuma di mosto, tinge il cielo di vitigni, prepara il rosso calore per l'inverno.
Settembre è custode di tesori che ti daranno vita per un intero anno. Le conserve di pomodori. Le marmellate. Mentre sugli alberi piccoli agrumi restano in silenziosa attesa di essere perle di sole da raccogliere e spremere.
Settembre nei miei ricordi è un mese ricco di promesse e allegro di condivisioni: la grande casa in fermento, come il mosto. Piena di barattoli, bottiglie, pentoloni per le conserve.
Arrivavano le zie per questo lavoro che preparava i tesori. Tre generazioni di donne pazientemente unite ad arginare lo scorrere del tempo: la nonna, sapiente regina, dettava norme, scrutava pomodori e barattoli, ci insegnava come distinguere quello che avrebbe portato buona salsa; le mamme, forti e belle, si occupavano di mille magie fra la cucina e le cantine, gesti veloci e precisi con cui continuare la tradizione creatrice della regina; per noi bimbe il compito più importante. Avvolte in grandi grembiuli di lino profumato, attente a non sporcare i capelli, sedute al bordo dei pentoloni a pelare i pomodori. Dopo aver tolto la buccia sottile, mettere tutto nelle vasche in cui i cugini, gli uomini ancora piccoli, avrebbero intinto le mani nel mare rosso per passare quelle onde di salsa alle bottiglie. I nostri padri si occupavano del fuoco: quello sul quale scaldare l'acqua che avrebbe pelato i pomodori, e quello successivo, finale, l'incantesimo che avrebbe inghiottito le bottiglie per farne conserva.
Nell'altra cantina, intanto, arcano e inaccessibile, fermentava il mosto. E quelle stanze erano proibite ai nostri giochi, potevi solo aspettare che il nonno, il re, uscisse per dare l'ordine. E altre bottiglie sarebbero partite dalle cucine pe riempirsi di un rosso non più polposo, bensì scruo, fluido e profumato.

Io sono cresciuta così.
Ho le radici piantate nella terra.
Sono abituata a seminare, aspettare, curare, aspettare, raccogliere.
Settembre è ancora questo per me.
Non sono brava a restare sospesa sopra la terra. Il tempo non è più regolare scorrere di giorni che sai quando arriveranno. Ogni giorno può portare una telefonata che ti precipiterà in un nuovo orizzonte tutto da inventare. Le stagioni hanno perso il loro sapore.
Settembre è stato trasformato dal progresso. E' diventato liquido, come la modernità. Il lavoro non unisce, non è più scandito dai ruoli familiari. Se ce l'hai, un lavoro, ne sei schiavo e per te settembre è uguale ad agosto e non sarà diverso da novembre. Se un lavoro non ce l'hai, sei precario. Flessibile. E allora le tue mani non sono più quelle operose che muovono i pelati: tu stesso sei gorgogliante come la salsa dei miei ricordi. E resti lì, a settembre. Nella vasca, in attesa di essere riposto in chissà quale bottiglia,e conservato. Ma potresti non andare bene. Se la regina della cantina decide che tu non sei adatto, ci sarà qualcuno che senza troppa premura ti sostituirà.
Io sono figlia della terra, i miei nonni mi avevano insegnato a leggere i tempi e a fare sacrifici che sarebbero stati ricompensati.
Adesso non c'è più terra, sotto i nostri piedi. Non prepariamo vino e salsa, a settembre.
Il nutrimento e il diletto.
La necessità e il piacere. Non dipendono più dal lavoro delle nostre mani.
Peccato non poter mettere al mondo dei figli e insegnare loro l'arte dell'attesa operosa.
Settembre ha un altro profumo, adesso.
Non sono sicura che sia migliore.